Contempladores

Il Regno di Dio si instaura con la Seconda Venuta di Gesù Cristo

Capitolo 4: La Materia Del Giudizio Di Dio Ai Santi

Indice general del libro


Capitolo 1: Gli Avvenimenti Precursori Della Seconda Venuta Di Gesù
Capitolo 2: Il Tempo Dell'Avvertenza Della Misericordia Di Dio
Capitolo 3: Il Giudizio Di Dio Ai Santi
Capitolo 4: La Materia Del Giudizio Di Dio Ai Santi
Capitolo 5: Il Giudizio Di Dio Nella Terra Al Resto Dei'Uomini
Capitolo 6: La Parusía Del Signore
Capitolo 7: L'Instaurazione Del Regno Di Dio
Capitolo 8: Il Giudizio Finale Ed Il Regno Di Dio Eterno
Capitolo 9: Il Compimento Delle Profezie Messianiche
Capitolo 10: I Dogmi Di Fede Cattolica Sulla Seconda Venuta Di Gesucristo
Epìlogo

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Capitolo 4: La Materia Del Giudizio Di Dio Ai Santi


  A) I discorsi escatologici di Gesù
     1) Parabola del Maggiordomo prudente
     2) Parabola delle dieci vergini
     3) Parabola dei Talenti
  B) Lettere alle sette Chiese
     1) Éfeso
     2) Smirne
     3) Pérgamo
     4) Tiatira
     5) Sardi
     6) Filadelfia
     7) Laodicea
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Tanto l'Apocalisse come i Vangeli si occupano di descrivere con molta chiarezza quale sarâ l’argomento del Giudizio ai santi degli ultimi tempi, per decidere se condivideranno il Regno di Dio che si instaurerà: i vivi, nel Regno di Dio terreno, e quelli che muoiano durante la gran tribolazione, dopo che resuscitino, nel Regno di Dio celestiale, insieme a tutti i santi le cui anime stavano già nel cielo.

Per questo motivo è importante studiare la materia di questo giudizio, cioè, in base a che parametri giudicherà Cristo alla sua Chiesa, per definire chi conformeranno questo gruppo di cristiani che avranno tanto grande privilegio. Prendiamo bene in considerazione che ai vivi sarà applicato questo giudizio al momento della sua vita in cui si produrrà la Parusia, ed ai morti, al momento in cui abbandonarono questo mondo; comunque sempre sarà imprevisto.

Abbiamo due fonti principali su questo tema: i discorsi escatologici di Gesù, e le Lettere alle Sette Chiese dell'Apocalisse. Esaminiamo in dettaglio questi passi biblici.

A) I discorsi escatologici di Gesù:

Dentro dei discorsi di Gesù sui tempi della fine, e seguendo la sequenza del Vangelo di San Mateo, dopo gli annunci dei segni che precederanno la Parusía e degli avvenimenti che circonderanno questo magno evento, appare un'affermazione chiara e contundente di Gesù, come per dissipare ogni dubbio:

Matteo 24,36: “Quanto a quel giorno e a quell'ora, però, nessuno lo sa, neanche gli angeli del cielo e neppure il Figlio, ma solo il Padre.”

Quelo che affermerà dopo il Maestro è che quell'avvenimento sarà sorprendente ed inaspettato, e del quale la maggioranza della gente non sarà prevenuta, perché non saprà discernere i segni che lo precederanno. Così espone l'esempio di Noè:

Matteo 24,37-39: “Come fu ai giorni di Noè, così sarà la venuta del Figlio dell'uomo. Infatti, come nei giorni che precedettero il diluvio mangiavano e bevevano, prendevano moglie e marito, fino a quando Noè entrò nell'arca, e non si accorsero di nulla finché venne il diluvio e inghiottì tutti, così sarà anche alla venuta del Figlio dell'uomo.” (Cfr. Luca 17,26-33).

Dopo di questo, tanto Matteo come Luca spiegano la qualitâ subitanea del "rapimento" degli eletti, come lo vedemmo nel Capitolo 3.A:

Matteo 24,40-41: “Allora due uomini saranno nel campo: uno sarà preso e l'altro lasciato. Due donne macineranno alla mola: una sarà presa e l'altra lasciata.”

Luca 17,34-36: “Vi dico: in quella notte due si troveranno in un letto: l'uno verrà preso e l'altro lasciato; due donne staranno a macinare nello stesso luogo: l'una verrà presa e l'altra lasciata». E gli dissero: «Dove, Signore?» Ed Egli rispose: «Dovunque sarà il cadavere, ivi si raduneranno gli avvoltoi».”

Quello che richiama l’attenzione è che Matteo, immediatamente dopo questo, introduce una sezione che comincia con un'esclamazione: "Vegliate!", seguita da tre parabole:t

Matteo 24, 42-44:“Vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà. Questo considerate: se il padrone di casa sapesse in quale ora della notte viene il ladro, veglierebbe e non si lascerebbe scassinare la casa. Perciò anche voi state pronti, perché nell'ora che non immaginate, il Figlio dell'uomo verrà.”

Anche gli altri evangelisti sinottici riflettono questo argomento (Luca 12,39-40; Marco 13,33 -37). Si chiede ai cristiani che siano preparati, come qualcuno che sta vegliando e non si addormenta, poiché nel momento meno pensato verrà il Figlio dell'uomo. L'esortazione imperativa di Gesù risuona in questi passi: "Vegliate!”.

San Matteo presenta tre parabole per spiegare quali saranno le condizioni che dovrà compiere il cristiano che veglia ed aspetta la Venuta del Signore, e che, se è vivo, gli permetteranno di essere uno di quelli che saranno presi con sé per il Signore affinché vivano la Seconda Pentecoste e ricevano la confermazione in grazia, per dopo accompagnarlo nella sua Seconda Venuta alla terra in gloria e maestà, per occuparsi del governo del Regno di Cristo terreno, e se fosse morto nella gran tribolazione, per prendere parte della prima resurrezione.

Analizzeremo queste tre parabole di Mateo e le sue parallele in Luca:

1) Parabola del Maggiordomo prudente:

Matteo 24,45-51: “Qual è dunque il servo fidato e prudente che il padrone ha preposto ai suoi domestici con l'incarico di dar loro il cibo al tempo dovuto? Beato quel servo che il padrone al suo ritorno troverà ad agire così! In verità vi dico: gli affiderà l'amministrazione di tutti i suoi beni. Ma se questo servo malvagio dicesse in cuor suo: Il mio padrone tarda a venire, e cominciasse a percuotere i suoi compagni e a bere e a mangiare con gli ubriaconi, arriverà il padrone quando il servo non se l'aspetta e nell'ora che non sa, lo punirà con rigore e gli infliggerà la sorte che gli ipocriti si meritano: e là sarà pianto e stridore di denti.” (Cfr. Luca 12,41-46).

Non c'è dubbio che la figura di questo "servo fidato e prudente" che dà l'alimento alla servitù, rappresenta a coloro che sono responsabili del popolo di Dio, che devono occuparsi di dargli il cibo spirituale, cioè la Chiesa gerarchica con tutta la sua struttura di consacrati.

Coloro che dedicano tutto il suo tempo e sforzo a questo ministero, senza trascurarlo in nessun modo, saranno trovati in quella fedeltà al momento della subitanea venuta del Signore, ed allora si costituiranno come parte degli eletti che, se sono vivi, quando ritornino assieme a Cristo nella sua Parusía, saranno i dirigenti della Chiesa del Regno terreno di Cristo, e se già fossero morti, resusciteranno ed entreranno nel Regno celestiale.

Quando il servo non ha questa disposizione, ed il ritorno del Signore lo sorprende senza compiere la funzione raccomandata, allora non sarà uno degli eletti, e rimarrà fuori dall'invito alle nozze dell'Agnello. È importante tenere in conto che non necessariamente questo implica una dannazione, bensì semplicemente, per i vivi significa rimanere nel tempo di prova e tribolazione, insieme ai "infedeli", come bene lo segnala Luca, e per quelli che muoiano il suo destino sará di aspettare la resurrezione fino al tempo del Giudizio Finale.

Questo è il significato dell'espressione "pianto e stridore di denti" che esprime molto bene l'atteggiamento di quell'uomo della Chiesa che per non vegliare e non compiere il suo compromesso con Dio rimane escluso da un avvenimento tanto meraviglioso; se è vivo e se gli rimane tempo e lo approfitta o non, forse potrà assicurarsi la salvazione o d’áltro modo cadrà nell'abisso dalla dannazione.

Luca aggrega alla fine alcune frasi molto rilevanti:

Luca 12,47-48: “Il servo che, conoscendo la volontà del padrone, non avrà disposto o agito secondo la sua volontà, riceverà molte percosse; quello invece che, non conoscendola, avrà fatto cose meritevoli di percosse, ne riceverà poche. A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più.”

È molto più grande la responsabilità di coloro che appartengono alla Chiesa, che non ignorano per la fede tutto quello relativo alle cose di Dio e quello che chiede loro il Signore per la sua vocazione, per quello che quanto più Dio confida loro, più reclamerà loro. Invece, quello che non è stato evangelizzato, che non conosce la fede cristiana, davanti ad una stessa azione sbagliata ha una minore colpa.

2) Parabola delle dieci vergini:

Matteo 25,1-13: “Il regno dei cieli è simile a dieci vergini che, prese le loro lampade, uscirono incontro allo sposo. Cinque di esse erano stolte e cinque sagge; le stolte presero le lampade, ma non presero con sé olio; le sagge invece, insieme alle lampade, presero anche dell'olio in piccoli vasi. Poiché lo sposo tardava, si assopirono tutte e dormirono.
A mezzanotte si levò un grido: Ecco lo sposo, andategli incontro! Allora tutte quelle vergini si destarono e prepararono le loro lampade. E le stolte dissero alle sagge: Dateci del vostro olio, perché le nostre lampade si spengono. Ma le sagge risposero: No, che non abbia a mancare per noi e per voi; andate piuttosto dai venditori e compratevene.
Ora, mentre quelle andavano per comprare l'olio, arrivò lo sposo e le vergini che erano pronte entrarono con lui alle nozze, e la porta fu chiusa. Più tardi arrivarono anche le altre vergini e incominciarono a dire: Signore, signore, aprici! Ma egli rispose: In verità vi dico: non vi conosco. Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l'ora.”

Molte sono le esegesi e spiegazioni proposte su questa parabola. Noi seguiremo nella linea di interpretazione che la riferisce al fatto di essere preparati per la Seconda Venuta del Signore, per così essere considerati degni di incontrarsi con Lui e di accompagnarlo nella sua Parusia.

La prima domanda che ci facciamo è: che cosa simbolizzano queste vergini? Alcuni dicono che alle donne cristiane, altri, che ai fedeli in generale, tutte idee completamente accettabili. Potrebbero simbolizzare anche allo stato religioso o consacrato, che sebbene non esisteva nell'epoca del Vangelo, riconosce le sue radici nell'insegnamento dell'Antico e del Nuovo Testamento.

I profeti presentano all'Israele col titolo di "vergine", come Geremia, nel contesto della restaurazione messianica, quando Dio ed il suo popolo ritorneranno ad avere relazioni di amore e fedeltà:

Geremia 31,1-4: “In quel tempo - oracolo del Signore – io sarò Dio per tutte le tribù di Israele ed esse saranno il mio popolo». Così dice il Signore: «Ha trovato grazia nel deserto un popolo di scampati alla spada; Israele si avvia a una quieta dimora». Da lontano gli è apparso il Signore:«Ti ho amato di amore eterno, per questo ti conservo ancora pietà. Ti edificherò di nuovo e tu sarai riedificata, vergine di Israele. Di nuovo ti ornerai dei tuoi tamburi e uscirai fra la danza dei festanti.”

Anche Isaia simbolizza nel matrimonio di un giovane ed una vergine le nozze messianiche tra il Signore ed Israele:

Isaia 62,4-5: “Nessuno ti chiamerà più Abbandonata,né la tua terra sarà più detta Devastata, ma tu sarai chiamata Mio compiacimento e la tua terra, Sposata, perché il Signore si compiacerà di te e la tua terra avrà uno sposo. Sì, come un giovane sposa una vergine, così ti sposerà il tuo architetto;come gioisce lo sposo per la sposa,così il tuo Dio gioirà per te.”

Gesù rivelerà che la verginità è un dono di Dio che solo per la grazia è possibile, e che implica una consegna totale per il Regno dei Cieli, una specie di consacrazione a Lui:

Matteo 19,10-12: “Gli dissero i discepoli: «Se questa è la condizione dell'uomo rispetto alla donna, non conviene sposarsi». Egli rispose loro: «Non tutti possono capirlo, ma solo coloro ai quali è stato concesso. Vi sono infatti eunuchi che sono nati così dal ventre della madre; ve ne sono alcuni che sono stati resi eunuchi dagli uomini, e vi sono altri che si sono fatti eunuchi per il regno dei cieli. Chi può capire, capisca».”

San Paolo esalterà anche la verginità, poiché implica una consacrazione al Signore, ma puntualizza anche che è solamente per quelli che sentono la chiamata di Dio a quello stato:

1 Corinzi 7,25-28.32-34.36-38: “Quanto alle vergini, non ho alcun comando dal Signore, ma do un consiglio, come uno che ha ottenuto misericordia dal Signore e merita fiducia. Penso dunque che sia bene per l'uomo, a causa della presente necessità, di rimanere così. Ti trovi legato a una donna? Non cercare di scioglierti. Sei sciolto da donna? Non andare a cercarla. Però se ti sposi non fai peccato; e se la giovane prende marito, non fa peccato. Tuttavia costoro avranno tribolazioni nella carne, e io vorrei risparmiarvele.
Io vorrei vedervi senza preoccupazioni: chi non è sposato si preoccupa delle cose del Signore, come possa piacere al Signore; chi è sposato invece si preoccupa delle cose del mondo, come possa piacere alla moglie, e si trova diviso! Così la donna non sposata, come la vergine, si preoccupa delle cose del Signore, per essere santa nel corpo e nello spirito; la donna sposata invece si preoccupa delle cose del mondo, come possa piacere al marito.
Se però qualcuno ritiene di non regolarsi convenientemente nei riguardi della sua vergine, qualora essa sia oltre il fiore dell'età, e conviene che accada così, faccia ciò che vuole: non pecca. Si sposino pure! Chi invece è fermamente deciso in cuor suo, non avendo nessuna necessità, ma è arbitro della propria volontà, ed ha deliberato in cuor suo di conservare la sua vergine, fa bene. In conclusione, colui che sposa la sua vergine fa bene e chi non la sposa fa meglio.”

Concludiamo allora che è lecito considerare che questa seconda parabola si riferisce allo stato religioso dei cristiani, benché molti esegeti non accetteranno che questo sia il senso primario della parabola. Si dedicano molti e lodevoli sforzi esegetici per tentare di determinare il senso primario di distinti passaggi dei vangeli, in particolare delle parabole o idee espresse per Gesù, e quali furono aggiunti ed interpretazioni degli evangelisti.

Ma la cosa essenziale è potere capire oggi che cosa ci dice lo Spirito Santo su quello che Egli stesso ispirò agli autori dei testi sacri, specialmente in tutto quello riferito a temi escatologici, poiché man mano che stiamo più vicino al suo compimento (in realtà oggi stiamo più vicino 2000 anni) ci mostrerà cose nuove che non si erano percepite prima.

Comunque, lasciando a parte la questione di chi simbolizzano le vergini, è importante studiare gli elementi basilari che ci presenta la parabola. Il centro della stessa ci mostra che l'apparizione del fidanzato, che ovviamente simbolizza Cristo nella sua Parusia, è preceduta per un annuncio, un avviso, di una voce che non è identificata, e che all'improvviso grida: “Ecco lo sposo, andategli incontro!”.

Gesù torna a richiamare l'attenzione sullo stesso tema della parabola del fico (Mateo 24-32-33), e dei segni che Egli stesso rivelò rispetto al discernimento della prossimità dei tempi della fine, che denomina "il inizio dei dolori del parto" (Mateo 24-8); malgrado che non si conosce né il giorno né l'ora della Parusia, ci saranno avvisi previ. Sarà necessario allora essere preparati, perché quando arrivi l'avviso non ci sarà tempo per cercare quello che non si possiede.

È cosicché comincia a giocare nella parabola il simbolismo delle lampade d’olio. La lampada alimentata con olio è nell'Apocalisse il simbolo dello Spirito Santo presente con la Trinità nel cielo, esemplificato per sette lampade accese (Apoc. 4,5). L'olio rappresenta la grazia, quello che alimenta allo spirito umano affinché si manifestino le buone opere come luce che illumina l'oscurità del mondo.

È quello che afferma Gesù quando insegna che quelli che vivano le beatitudini che Egli proclama, saranno la luce del mondo (Mateo 5,14-16). Ma la grazia, l'olio, ricevuta come dono immeritato nel battesimo, dopo si accresce con la collaborazione dell'uomo, utilizzando per ciò le nuove facoltà soprannaturali (virtù infuse, doni dello Spirito Santo) che la stessa grazia gli provvede.

Questo processo, che è il cammino della perfezione cristiana o santità, è lungo e richiede sforzo e perseveranza assecondando l'azione di Dio, ed è completamente individuale, personale, e non può trasmettersi ad altri; per questo motivo le vergini "prudenti" non possono darlo alle altre, perché il processo di "dare" implica un insegnamento e formazione che richiede tempo, e oramai non c’e ne è più.

La "prudenza" o sensatezza che menziona la parabola significa trovarsi sempre cercando la crescita spirituale, a non rimanere immobile, quello che implicherà avere sempre "olio" in abbondanza, fatto che permetterâ di essere sempre pronti per ricevere al Signore, quando sia che si presenti.
Invece, le "stolte" sono sprovvedute, si lasciano stare, non cercano di avanzare permanentemente nella vita spirituale, e come dice un conosciuto adagio "nella vita spirituale trattenersi è retrocedere", quello che significherebbe rimanere con poco olio.

Così, queste vergini ignoranti, quando risuoni l'avviso che il fidanzato si avvicina, si disperano per prepararsi, ma non basta loro oramai il tempo, è tardi. Il cammino dela crescita in santità non permette due cose: non si possono “bruciare le tappe”, come non è possibile farlo nella crescita naturale, né può ottenersi per trasferimento di altri, non "può chiedersi", poiché è personale.

Le vergini stolte devono andare a "comprare" l'olio, quello che significa che devono ricominciare a lavorare nella sua vita spirituale per la sua crescita, ma per quando riescano a farlo, troveranno chiusa la porta per accedere alle nozze. Sembrerebbe una situazione ingiusta, poiché le vergini stolte, quando ritornano, si trovano nella medesima situazione delle precedenti, con le sue lampade accese e la sua riserva di olio nei vasi.

Ma quello che hanno perso, è l'opportunità di fare parte degli eletti che andranno all'incontro del Signore nellla sua Parusia, per dopo ritornare alla terra accompagnandolo. Faranno parte, allora, dei santi che rimarranno nella terra, e lì si svilupperà il suo processo di santificazione, in mezzo alle tribolazioni che sopravverranno, come vedremo nel punto seguente.

L'ultimo punto importante che presenta la parabola è il riferimento alla celebrazione del banchetto di nozze del fidanzato. Le vergini prudenti sono rapite, vivranno la Seconda Pentecoste, e dopo condivideranno le Nozze dell'Agnello con sua Sposa la Chiesa, quello che si studiò nel Capitolo 3.E

3) Parabola dei Talenti:

Matteo 25,14-30: “Avverrà come di un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, a ciascuno secondo la sua capacità, e partì. Colui che aveva ricevuto cinque talenti, andò subito a impiegarli e ne guadagnò altri cinque. Così anche quello che ne aveva ricevuti due, ne guadagnò altri due. Colui invece che aveva ricevuto un solo talento, andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo padrone.
Dopo molto tempo il padrone di quei servi tornò, e volle regolare i conti con loro. Colui che aveva ricevuto cinque talenti, ne presentò altri cinque, dicendo: Signore, mi hai consegnato cinque talenti; ecco, ne ho guadagnati altri cinque. Bene, servo buono e fedele, gli disse il suo padrone, sei stato fedele nel poco, ti darò autorità su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone. Presentatosi poi colui che aveva ricevuto due talenti, disse: Signore, mi hai consegnato due talenti; vedi, ne ho guadagnati altri due. Bene, servo buono e fedele, gli rispose il padrone, sei stato fedele nel poco, ti darò autorità su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone.
Venuto infine colui che aveva ricevuto un solo talento, disse: Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso; per paura andai a nascondere il tuo talento sotterra; ecco qui il tuo. Il padrone gli rispose: Servo malvagio e infingardo, sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l'interesse. Toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ha i dieci talenti. Perché a chiunque ha sarà dato e sarà nell'abbondanza; ma a chi non ha sarà tolto anche quello che ha. E il servo fannullone gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti.”
(Cfr. Luca 19,11-27).

Con questa parabola Matteo finisce di abbracciare tutta la realtà della Chiesa: qui troviamo quelli che chiamiamo fedeli laici, quelli che non appartengono alla gerarchia né alla vocazione religiosa. Ovviamente dobbiamo capire che la vita spirituale, la vita della grazia, è una sola, indipendentemente dello stato di vita e della chiamata di ognuno, e consiste, come già l'abbiamo puntualizzato, di crescere nella perfezione cristiana o santità, che significa utilizzare le nuove facoltà soprannaturali ricevute con la grazia, mediante il battesimo (virtù infuse e doni dello Spirito Santo).

Questi sono i talenti che riceviamo di Dio, con preponderanza di alcuni sopra altri in ogni persona, secondo la vocazione personale che si abbia ricevuta di Dio, come lo puntualizza Matteo, benché alcuni ricevano simili doni come lo sottolinea Luca. Ma lo sviluppo di questi "talenti" si realizza in ambiti e circostanze diverse, secondo lo stato di vita di ognuno.

Nella prima parabola, riferita alla gerarchia della Chiesa, questo sviluppo si produce nell'esercizio del ministero pastorale, in "alimentare" i servi. Nella seconda, riferita allo stato religioso o consacrato, che ovviamente ammette enorme quantità di sfumature, e non riferendosi esclusivamente a componenti di ordini religiose classice, la crescita si darà in qualche modo nell'ambito più circoscritto di una vita appartata del mondo, con più possibilità di preghiera, di meditazione, di studio delle Sacre Scritture.

Infine, i laici, con una realtà di vita molto più sommersa nel mondo e le sue attività ed affari , avranno un sviluppo dei talenti ricevuti con una maggiore enfasi nella realizzazione di opere cristiane nell'ambiente dove tocchi loro vivere. Questo è il senso che troviamo al termine "impiegare" che applicano tanto Matteo come Luca nella parabola, come azione per fare fruttificare i talenti ricevuti.

Quando dopo molto tempo ritorna il Signore (la Parusia), a coloro che sono vivi reclama loro i conti, per vedere come fecero dare frutti ai talenti ricevuti. Quelli che li moltiplicarono (Matteo indica che duplicarono quello che riceverono ognuno; Luca mostra frutto distinto in due di essi, uno il dieci per uno ed un altro il cinque per uno), ricevono la compiacenza del signore che li ricompensa generosamente.

La ricompensa, secondo Matteo, consiste in "darle autoritâ su molto”, ed inoltre "Prendere parte nella gioa del Signore". Luca è più specifico, e chiarisce che riceveranno "potestà" o "governo" su molte città, in un numero proporzionale al rendimento dei talenti ricevuti. Questa promessa si realizzerà quando questi eletti tornino con Gesù a governare il Regno terreno di Cristo.
Ma inoltre li invita ad entrare a condividere “la sua gioia". Che altra cosa può capirsi di questa frase, nel contesto che stiamo studiando, che questi servi fedeli sono invitati alle nozze di suo Signore, che è quello che le produce tanta gioia?

In quanto al servo che nascose il suo talento e non lo fece fruttificare, avendo paura di perderlo, ancora quello che aveva gli è tolto. È la legge della crescita spirituale che abbiamo giâ commentato: chi non avanza, retrocede e perde quello che aveva già raggiunto, poiché la grazia aumenta utilizzando gli stessi aiuti che ella provvede.

Bisogna notare qualcosa di interessante: quando il signore va via, dà i suoi beni ai servi (talenti), ma quando egli ritorna non li reclama, rimangono loro col suo guadagno, eccetto a chi nascose il talento, a cui gli è tolto. Questo servo incostante e pauroso che non si occupò di moltiplicare quello che aveva ricevuto, rimarrà "fuori", cioè, non si troverâ tra gli eletti che condivideranno la Nuova Pentecoste e le nozze dell'Agnello.

Il significato di tutto quello visto sopra sono due cose principali: la prima che i beni o doni del Signore sono infiniti, e che tutti possono averli simultaneamente, non devono fare come nel mondo delle cose materiali, dove molti competono per ottenere quello che appartenerrà ad uno solo o a pochi. La seconda, che la vita della grazia vissuta in pienezza, è un continuo accrescimento della stessa, una grazia porta un'altra, una virtù fa crescere alle altre.

B) Lettere alle sette Chiese.

Consideriamo ora l'altra fonte che ci parla del Giudizio dei "servi i profeti": si tratta delle Lettere alle sette Chiese che troviamo nei Capitoli 2 e 3 del Libro dell'Apocalisse. Queste lettere hanno tutte la stessa struttura:

*Il destinatario: l'Angelo di ognuna delle Chiese.
*Identificazione di chi fa scrivere la lettera: è Cristo, raffigurato per gli attributi che descrive Giovanni nella sua visione (Apoc. 1,12-19 e 19,11).
*Un commento indicando che il Signore conosce la realtà di quella Chiesa, essendo tanto un elogio come un ammonimento.
*Un'esortazione al pentimento o un mandato per compiere, con indicazione a volte di possibili punizioni.
*Una promessa al "vincitore" che viene come proveniente dello Spirito Santo: "Chi ha orecchi, ascolti ciò che lo Spirito dice alle Chiese”.

La prima cosa che dobbiamo puntualizzare è che in nessun modo può aggiudicarsi una relazione univoca tra quello che la Chiesa deve compiere, e la ricompensa che meriterà tale compimento. Le sette Chiese che si menzionano non costituivano la totalità delle chiese dell'Asia di quell'epoca, esistevano varie più, per quello che esse rappresentano, attraverso il numero sette che simbolizza la pienezza, la totalità della Chiesa.

Queste sette chiese sono il "tipo" o la "figura", in quanto ai suoi problemi e difficoltà, di tutti quelli scogli e tentazioni che affronterà al presente la Chiesa universale durante la sua vita al tempo presente, e, in particolare, nei tempi vicini alla fine. Pertanto le osservazioni e correzioni dobbiamo prenderle nel suo insieme, trovandosi con sicurezza in ogni chiesa particolare più di una di esse. Solo il cristiano che compia nella sua totalità queste correzioni di Gesù sarà considerato "vincitore."

La stessa cosa succede con le ricompense: non corrisponde un o un'altra, ma sono tutti aspetti di una stessa realtà: il Regno di Dio, in due dimensioni differenti: il Regno terreno ed il Regno celestiale, al quale accederanno gli eletti. Vediamo ora questi elementi in ogni lettera:

1) Éfeso:

Apocalisse 2,2-7: “Conosco le tue opere, la tua fatica e la tua costanza, per cui non puoi sopportare i cattivi; li hai messi alla prova - quelli che si dicono apostoli e non lo sono - e li hai trovati bugiardi. Sei costante e hai molto sopportato per il mio nome, senza stancarti. Ho però da rimproverarti che hai abbandonato il tuo amore di prima. Ricorda dunque da dove sei caduto, ravvediti e compi le opere di prima. Se non ti ravvederai, verrò da te e rimuoverò il tuo candelabro dal suo posto. Tuttavia hai questo di buono, che detesti le opere dei Nicolaìti, che anch'io detesto. Chi ha orecchi, ascolti ciò che lo Spirito dice alle Chiese: Al vincitore darò da mangiare dell'albero della vita, che sta nel paradiso di Dio.”

L'elogiable per Gesù è l'atteggiamento del cristiano che lavora, si affatica, ha pazienza, persevera in mezzo ai patimenti, ed è capace di smascherare i bugiardi che sono dentro la Chiesa. È il tipo del cristiano "attivista" che non riposa, sempre affezionato a fare cose dove sono necessarie.

Ma in mezzo a tanto spiegamento, la carità si fu raffreddando, e le opere si portano a termine soltanto per "compiere"; l'unica fonte della carità è l'esperienza dell'amore di Dio che sorge dall'intimità con Cristo ottenuta nella sua maggiore parte nell'esperienza di preghiera, specialmente nei gradi di maggiore profondità (preghiera di contemplazione infusa).

Molte volte l'attivismo delle opere ruba il tempo che dovrebbe dedicarsi a “rimanere seduti ai piedi di Cristo", come succedeva con le sorelle di Lazzaro, Marta e María (Luca 10,38-42). Di lì la chiamata di Gesù al pentimento per cambiare questa situazione e tornare ad infiammare la caritâ, che è in definitiva l'unico motore valido ed inesauribile per la realizzazione dei compiti apostolici.

È anche positivo l'atteggiamento di questa Chiesa di detestare ai "Nicolaíti". Questi sembrano essere i seguaci di un certo "Nicola di Antiochia", la cui dottrina sarebbe molto simile a quella di Balaàm (vedere Ap. 2,14, chiesa di Pérgamo) che predica anche la profetessa Iezabèle (Ap. 2,20, chiesa di Tiátira), ed il cui contenuto vedremo più avanti, specialmente preso come "tipo" per i tempi della fine.

Al che si trovi in questa situazione e trionfi, infiammando nuovamente la sua caritâ raffreddata, situazione che lo porterà a compiere ancora maggiori opere, riceverà come ricompensa "mangiare dell'albero della vita che sta nel Paradiso di Dio." Questo implica per ogni cristiano arrivare dopo la sua morte al Regno di Dio celestiale (Ap. 22,2 - vedere Capitolo 7.A.1).

Ma, nel caso dei tempi della fine, d’accordo a quello che abbiamo sviluppato nei punti anteriori, sosteniamo che questa ricompensa sarà anche per i vivi eletti e rapiti all'incontro con Gesù, significando la sua confermazione in grazia.

2) Smirne:

Apocalisse 2,8-11: “All'angelo della Chiesa di Smirne scrivi: Così parla il Primo e l'Ultimo, che era morto ed è tornato alla vita: Conosco la tua tribolazione, la tua povertà - tuttavia sei ricco - e la calunnia da parte di quelli che si proclamano Giudei e non lo sono, ma ppartengono alla sinagoga di satana. Non temere ciò che stai per soffrire: ecco, il diavolo sta per gettare alcuni di voi in carcere, per mettervi alla prova e avrete una tribolazione per dieci giorni. Sii fedele fino alla morte e ti darò la corona della vita. Chi ha orecchi, ascolti ciò che lo Spirito dice alle Chiese: Il vincitore non sarà colpito dalla seconda morte.”

Troviamo qui cristiani rassegnati, perseguiti per ebrei inspirati per Satana che calunniano e riempiono di maldicenze a questa Chiesa. Sono poveri nelle cose materiali, ma ricchi nell’aspetto spirituale. Le persecuzioni potranno arrivare fino a farli soffrire prigione per un tempo determinato, raffigurato per dieci giorni (tempo tipo delle prove in Daniele 1,12) ed anche al martirio, alla morte. Questa persecuzione degli ebrei alla Chiesa primitiva è "tipo" di quella che si scatenarà finalmente alla fine dei tempi, prima con la Gran Babilonia, e dopo quando sorgerâ l’Anticristo.

Il Signore consola a coloro che si trovano in questa situazione: " Sii fedele fino alla morte e ti darò la corona della vita." Il significato di questa espressione lo chiarisce la promessa al vincitore: "non sarà colpito dalla seconda morte", cioè, resusciterà e rimarrà sempre in presenza di Dio. Così, anche questi eletti ricevano la confermazione in grazia.

3) Pérgamo:

Apocalisse 2,12-17: “All'angelo della Chiesa di Pèrgamo scrivi:Così parla Colui che ha la spada affilata a due tagli: So che abiti dove satana ha il suo trono; tuttavia tu tieni saldo il mio nome e non hai rinnegato la mia fede neppure al tempo in cui Antìpa, il mio fedele testimone, fu messo a morte nella vostra città, dimora di satana. Ma ho da rimproverarti alcune cose: hai presso di te seguaci della dottrina di Balaàm, il quale insegnava a Balak a provocare la caduta dei figli d'Israele, spingendoli a mangiare carni immolate agli idoli e ad abbandonarsi alla fornicazione. Così pure hai di quelli che seguono la dottrina dei Nicolaìti. Ravvediti dunque; altrimenti verrò presto da te e combatterò contro di loro con la spada della mia bocca. Chi ha orecchi, ascolti ciò che lo Spirito dice alle Chiese: Al vincitore darò la manna nascosta e una pietruzza bianca sulla quale sta scritto un nome nuovo, che nessuno conosce all'infuori di chi la riceve.”

Questa Chiesa è sommersa nel "trono di Satana", poiché in questa città si faceva fortemente l'adorazione a dei pagani come Giove ed Esculapio (Asclepio), il cui emblema era un serpente, ai quali li avevano eretti splendidi tempii. Lì fu martirizzato il cristiano Antipas (testimone significa "martire" in greco) perché fu fedele fino alla morte nella persecuzione, quello che sarà anche necessario durante la vita della Chiesa in tutti i tempi, e particolarmente nella gran tribolazione della fine.

Pertanto è una chiesa eroica, che non rinnega della sua fede a dispetto di tante tribolazioni. Tuttavia Gesù l'osserva che in quella comunità ci sono persone che introducono eresie distruttive, e che in qualche modo sono tollerate. Sono le perniciose dottrine di Balaam e dei Nicolaiti. Vediamo in dettaglio di che cosa trattano queste false dottrine, poiché sono "tipo" o "figura" di quelle che angosceranno da dentro alla Chiesa in tutta la sua esistenza, ma che aumenteranno particolarmente nei tempi finali.

In generale si osserva che il nome "Nicola", in greco, deriva da due parole greche, "conquistare" e "popolo", ed anche "Balaam" ha la sua radice nelle stesse parole in ebreo, per quello che sembrerebbe che descrivono entrambe la stessa eresia.

Come si legge nei Capitoli 22 a 24 del Libro dei Numeri, Balaam era un mago che fu chiamato dal re di Moab, Balac, davanti alla minaccia dell'esercito israelita, affinché li maledica e favorisca la sua sconfitta, a cambio di una succulenta paga e molti onori.

Malgrado che Balaam non potrà maledire gli ebrei perché il Signore glielo impedirâ, rimarrà la sua immagine biblica unita ai falsi profeti e predicatori che giurando non dire un'altra cosa che la Parola di Dio, in realtà cercano solo la sua propria convenienza, "profetizzando" quello che i suoi interlocutori vogliono ascoltare, agendo come "contrattati" di coloro che vogliono manipolare la Parola di Dio per il suo proprio profitto.

Anche il Libro dei Numeri lo presenta a Balaam come strumento per pervertire gli israeliti:

Numeri 25,1-3: “Israele si stabilì a Sittim e il popolo cominciò a trescare con le figlie di Moab. Esse invitarono il popolo ai sacrifici offerti ai loro dèi; il popolo mangiò e si prostrò davanti ai loro dèi. Israele aderì al culto di Baal-Peor e l'ira del Signore si accese contro Israele.”

Queste moabite, sedussero gli israeliti in Peor e li spinsero all'adorazione degli idoli pagani, prostrandosi davanti ad essi e mangiando gli alimenti che si erano sacrificati ai dei, quello che significa riconoscerli come tali. L'idolo di Baal-Peor o Baalfegor era una divinità oscena alla quale gli davano culto i moabiti, e le donne furono indotte per Balaam a spingere all'idolatria al popolo ebreo:

Numeri 31,14-16: “Mosè si adirò contro i comandanti dell'esercito, capi di migliaia e capi di centinaia, che tornavano da quella spedizione di guerra. Mosè disse loro: «Avete lasciato in vita tutte le femmine? Proprio loro, per suggerimento di Balaam, hanno insegnato agli Israeliti l'infedeltà verso il Signore, nella faccenda di Peor, per cui venne il flagello nella comunità del Signore.”

Pertanto, il peccato fondamentale di questa ideologia, secondo l'interpretazione più sicura, è il fatto di transigere col mondo pagano che circonda il cristiano, lasciandosi penetrare per le sue abitudini, per i suoi idoli, quello che continua a poco a poco a minare la base solida del cristianesimo, deviando la sua dottrina e snaturalizzando i suoi dogmi di fede.

È la tentazione del "aggiornamento", di adeguare al cristianesimo ai tempi moderni, a quello che suppostamente necessita e reclama la società di oggi, generando di a poco un pericoloso sincretismo che può sboccare in un cristianesimo completamente falsificato per questi "falsi profeti." La lettera alla chiesa di Tiátira espone la stessa ideologia di una profetessa che porta il nome simbolico di Iezabèle, che era il nome della moglie pagana del re dell'Israele Acab, chi fece che suo marito adorasse al dio cananeo di Baal (1 Re 16,29-33).

Questa donna Iezabèle anche inganna i cristiani, "inducendoli a darsi alla fornicazione e a mangiare carni immolate agli idoli". Si capisce qui che più che di una prostituzione sessuale si parla di "fornicare" e di "adulterare" nel senso di tradire al vero Dio con gli idoli fabbricati per gli uomini. Magari la predicazione di Iezabèle si baserebbe su una distorsione dell'insegnamento di Paolo in quanto a che gli idoli non sono niente:

1 Corinzi 8,4-13: “Quanto dunque al mangiare le carni immolate agli idoli, noi sappiamo che non esiste alcun idolo al mondo e che non c'è che un Dio solo. E in realtà, anche se vi sono cosiddetti dèi sia nel cielo sia sulla terra, e difatti ci sono molti dèi e molti signori, per noi c'è un solo Dio, il Padre, dal quale tutto proviene e noi siamo per lui; e un solo Signore Gesù Cristo, in virtù del quale esistono tutte le cose e noi esistiamo per lui.
Ma non tutti hanno questa scienza; alcuni, per la consuetudine avuta fino al presente con gli idoli, mangiano le carni come se fossero davvero immolate agli idoli, e così la loro coscienza, debole com'è, resta contaminata. Non sarà certo un alimento ad avvicinarci a Dio; né, se non ne mangiamo, veniamo a mancare di qualche cosa, né mangiandone ne abbiamo un vantaggio. Badate però che questa vostra libertà non divenga occasione di caduta per i deboli.
Se uno infatti vede te, che hai la scienza, stare a convito in un tempio di idoli, la coscienza di quest'uomo debole non sarà forse spinta a mangiare le carni immolate agli idoli? Ed ecco, per la tua scienza, va in rovina il debole, un fratello per il quale Cristo è morto! Peccando così contro i fratelli e ferendo la loro coscienza debole, voi peccate contro Cristo. Per questo, se un cibo scandalizza il mio fratello, non mangerò mai più carne, per non dare scandalo al mio fratello.”

Paolo è molto chiaro: il fratello con una fede cresciuta e ferma non cadrà nell'adorazione degli idoli, ma il suo esempio può scandalizzare e perdere a quelli di fede più debole. Possiamo inferire allora con una buona certezza che questa dottrina perniciosa relativizava la malvagità delle cose del mondo, magari come l'immoralità sessuale o il mangiare la carne che procedeva del massacro rituale nei tempii pagani, o l'assistere a cerimonie idolatriche.

Questo è quello che succedeva tanto alla chiesa di Pérgamo che stiamo analizzando, come a quella di Tiátira, mentre che in Éfeso la dottrina dei nicolaiti era odiata. Gesù chiede pentimento a Pérgamo, quello che significa che non tolleri oramai a chi hanno abbracciato la dottrina di Balaam, perché se non lo fanno, si troveranno insieme ad essi quando il Signore venga nella sua Parusia a distruggerli “con la spada della sua bocca", come lo presenta Apoc. 19,21.

Ma molto distinta sarà la sorte di questi cristiani se si pentono, perché avranno una ricompensa: "Al vincitore darò la manna nascosta, e una pietruzza bianca sulla quale sta scritto un nome nuovo, che nessuno conosce all’infuori di chi la riceve”.

La "manna" era l'alimento che gli israeliti riceverono di Dio nel suo tragitto per il deserto, dopo della fuga dell'Egitto, "pane che Yahveh vi dà per alimento" (Esodo 16,14-16.31). Per contrapposizione col fatto di alimentarsi con la carne immolata agli idoli, qui si presenta la "manna nascosta", che nella concezione cristiana, e d’accordo all'insegnamento di Gesù, è l'alimento per la vita eterna, l'Eucaristia:

Giovanni 6,55-58: “Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia di me vivrà per me. Questo è il pane disceso dal cielo, non come quello che mangiarono i padri vostri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno».”

La pietra bianca, invece, è un segno di verdetto, di elezione: pietra bianca è approvazione, nera, rifiuto o condanna. Il nome nuovo, in senso biblico, è come un nuovo essere, una nuova vocazione che riceve l’uomo da Dio. Abbiamo gli esempi dell'Antico Testamento di Abram che si chiamerà "Abraham" (Gén. 17,5), di Giacobbe, che riceverà di Dio il nuovo nome di "Israele" (Genesi. 32,28), ed anche nel Nuovo Testamento Simon sarà chiamato da Gesù "Pietro" (Matteo 16,18).

Riunendo questi tre elementi della ricompensa, possiamo dire che si descrive l'incorporazione al Regno di Cristo terreno del eletto, dove avrà per alimento l'Eucaristia (che non esisterà oramai nel Regno di Dio celestiale dove si starà faccia a faccia con Dio), essendo scelto per la pietruzza bianca, ed avrà una missione alla Nuova Gerusalemme Terrena di governare e guidare i cristiani in quella nuova umanità.

4) Tiàtira:

Apocalisse 2,18-29: “All'angelo della Chiesa di Tiàtira scrivi: Così parla il Figlio di Dio, Colui che ha gli occhi fiammeggianti come fuoco e i piedi simili a bronzo splendente. Conosco le tue opere, la carità, la fede, il servizio e la costanza e so che le tue ultime opere sono migliori delle prime. Ma ho da rimproverarti che lasci fare a Iezabèle, la donna che si spaccia per profetessa e insegna e seduce i miei servi inducendoli a darsi alla fornicazione e a mangiare carni immolate agli idoli. Io le ho dato tempo per ravvedersi, ma essa non si vuol ravvedere dalla sua dissolutezza. Ebbene, io getterò lei in un letto di dolore e coloro che commettono adulterio con lei in una grande tribolazione, se non si ravvederanno dalle opere che ha loro insegnato. Colpirò a morte i suoi figli e tutte le Chiese sapranno che io sono Colui che scruta gli affetti e i pensieri degli uomini, e darò a ciascuno di voi secondo le proprie opere.
A voi di Tiàtira invece che non seguite questa dottrina, che non avete conosciuto le profondità di satana - come le chiamano - non imporrò altri pesi; ma quello che possedete tenetelo saldo fino al mio ritorno. Al vincitore che persevera sino alla fine nelle mie opere, darò autorità sopra le nazioni; le pascolerà con bastone di ferro e le frantumerà come vasi di terracotta, con la stessa autorità che a me fu data dal Padre mio e darò a lui la stella del mattino. Chi ha orecchi, ascolti ciò che lo Spirito dice alle Chiese.”

Questa è una chiesa molto cresciuta spiritualmente, dove si manifestano a pieno le virtù teologali ed i suoi frutti: c'è carità, che porta allo spirito di servizio, e fede, che mantiene la pazienza e la perseveranza, e tutto questo continua a crescere sempre di più.

Ma la macchia che possiede e che è vista per Gesù, è la tolleranza con la profetessa Iezabèle e le sue dottrine, il cui significato vedemmo al studiare la lettera alla chiesa di Pérgamo, per quello che esige che le opere di questa chiesa non siano inquinate per questa falsa dottrina. Non c'è dubbio sull'insistenza di Gesù su questa forma di tentazione, sottile, e che proviene dallo stesso interno dalla Chiesa. Sarà uno dei principali motivi della tribolazione della Chiesa nei tempi finali, che provocherà una vera apostasia di molti dei suoi membri.

Il vincitore su questa falsità riceverà una ricompensa magnifica nel Regno di Cristo terreno: al suo ritorno alla terra col Signore nella Parusia, riceverà il potere di Cristo, simbolizzato per lo scettro di ferro, per reggere sulle nazioni del mondo.

Anche Gesù fa un'altra promessa: gli darò "la stella del mattino". Che cosa può significare questa ricompensa? Nell'Apocalisse Gesù stesso si concede il titolo di "stella radiosa del mattino" (22,16), vale dire, che brilla come una stella. Questo stesso splendore avvolgerà gli eletti che vivano la Seconda Pentecoste, per quello che saranno facilmente riconosciuti al suo ritorno alla terra e nel resto della sua vita in essa.

Nella parabola della zizzania ed il grano si definisce che così saranno quelli che si trovino nel Regno di Dio nel mondo:

Matteo 13,43: “Allora i giusti splenderanno come il sole nel regno del Padre loro. Chi ha orecchi, intenda!”

Già nell'Antico Testamento si descrive a Mosè, dopo di essere stato in presenza di Dio, col viso radiante:

Esodo 34,29: “Quando Mosè scese dal monte Sinai - le due tavole della Testimonianza si trovavano nelle mani di Mosè mentre egli scendeva dal monte - non sapeva che la pelle del suo viso era diventata raggiante, poiché aveva conversato con lui.”

Anche il profeta Daniele presenta questo fenomeno:

Daniele 12,3: “I saggi risplenderanno come lo splendore del firmamento; coloro che avranno indotto molti alla giustizia risplenderanno come le stelle per sempre.”

Troviamo anche lo stesso concetto nei Salmi:

Salmi 37(36),3-6:“Confida nel Signore e fa' il bene; abita la terra e vivi con fede. Cerca la gioia del Signore, esaudirà i desideri del tuo cuore. Manifesta al Signore la tua via, confida in lui: compirà la sua opera; farà brillare come luce la tua giustizia, come il meriggio il tuo diritto.”

Anche San Paolo presenta ai santi con una figura simile:

Filippesi 2,14-15: “Fate tutto senza mormorazioni e senza critiche, perché siate irreprensibili e semplici, figli di Dio immacolati in mezzo a una generazione perversa e degenere, nella quale dovete splendere come astri nel mondo.”

Così rimane provata questa interpretazione in quanto a che i santi che ritorneranno accompagnando Gesù nella sua Parusia mostreranno agli uomini del mondo questa lucentezza tanto speciale che li distinguerà senza nessun dubbio dal resto degli abitanti della terra.

5) Sardi:

Apocalisse 3,1-6: “All'angelo della Chiesa di Sardi scrivi: Così parla Colui che possiede i sette spiriti di Dio e le sette stelle: Conosco le tue opere; ti si crede vivo e invece sei morto. Svegliati e rinvigorisci ciò che rimane e sta per morire, perché non ho trovato le tue opere perfette davanti al mio Dio. Ricorda dunque come hai accolto la parola, osservala e ravvediti, perché se non sarai vigilante, verrò come un ladro senza che tu sappia in quale ora io verrò da te.
Tuttavia a Sardi vi sono alcuni che non hanno macchiato le loro vesti; essi mi scorteranno in vesti bianche, perché ne sono degni. Il vincitore sarà dunque vestito di bianche vesti, non cancellerò il suo nome dal libro della vita, ma lo riconoscerò davanti al Padre mio e davanti ai suoi angeli. Chi ha orecchi, ascolti ciò che lo Spirito dice alle Chiese.”

In questa chiesa ci sono solamente pochi fedeli che si sono mantenuti lontano dal peccato e vivono in santità (le vesti bianche simbolizzano la santità, mentre le macchie sono il peccato).
In generale è una chiesa sul punto di morire spiritualmente, le cui opere sono poche ed insufficienti, per quello che Gesù l'esorta a ritornare alle fonti, a ricevere nuovamente la Parola ed a conservarla con fedeltà. Diremmo che c'è una chiamata ad una seconda conversione, più profonda ed interiore che la prima.

Sono cristiani addormentati (non stanno in veglia), e corrono il pericolo espresso nelle parabole del discorso escatologico di Gesù che vedemmo già (il maggiordomo, le vergini). Ma se correggono la sua rotta, potranno assomigliarsi a quelli pochi fedeli che non hanno macchiato le sue vesti. La ricompensa sarà ricevere le vesti bianche della santità, con le quali parteciperanno alle nozze dell'Agnello:

Apocalisse 19,7-9: “Rallegriamoci ed esultiamo, rendiamo a lui gloria, perché son giunte le nozze dell'Agnello; la sua sposa è pronta, le hanno dato una veste di lino puro splendente». La veste di lino sono le opere giuste dei santi. Allora l'angelo mi disse: «Scrivi: Beati gli invitati al banchetto delle nozze dell'Agnello!». Poi aggiunse: «Queste sono parole veraci di Dio».”

Cioè, questi cristiani santi saranno rapiti alla presenza dell'Agnello, vivendo la Seconda Pentecoste e condividendo le nozze dell'Agnello con la sua Chiesa, tanto Terrenale (a cui appartengono) e Celestiale. Riceveranno il premio della confermazione in grazia, rappresentata per l'azione di non cancellare i suoi nomi del libro della vita, essendo lo stesso Gesù che dichiarerà per loro nell'Assemblea dei Cieli.

6) Filadelfia:

Apocalisse 3,7-13: “All'angelo della Chiesa di Filadelfia scrivi: Così parla il Santo, il Verace, Colui che ha la chiave di Davide: quando egli apre nessuno chiude, e quando chiude nessuno apre. Conosco le tue opere. Ho aperto davanti a te una porta che nessuno può chiudere. Per quanto tu abbia poca forza, pure hai osservato la mia parola e non hai rinnegato il mio nome.
Ebbene, ti faccio dono di alcuni della sinagoga di satana - di quelli che si dicono Giudei, ma mentiscono perché non lo sono -: li farò venire perché si prostrino ai tuoi piedi e sappiano che io ti ho amato. Poiché hai osservato con costanza la mia parola, anch'io ti preserverò nell'ora della tentazione che sta per venire sul mondo intero, per mettere alla prova gli abitanti della terra.
Verrò presto. Tieni saldo quello che hai, perché nessuno ti tolga la corona. Il vincitore lo porrò come una colonna nel tempio del mio Dio e non ne uscirà mai più. Inciderò su di lui il nome del mio Dio e il nome della città del mio Dio, della nuova Gerusalemme che discende dal cielo, da presso il mio Dio, insieme con il mio nome nuovo. Chi ha orecchi, ascolti ciò che lo Spirito dice alle Chiese.”

Filadelfia sembra essere una chiesa piccola, con poca forza, benché Gesù non abbia rimproveri per lei, poiché ha mantenuto la sua Parola e non ha rinnegato il suo Nome, mantenendosi fedele. Per quel motivo gli ha aperto la porta affinché entri al Regno di Cristo terreno.

Quale è il significato che gli siano consegnati gli ebrei della Sinagoga di Satana, affinché si prostrino ai piedi di questa chiesa? Si riconosce qui un passo di Isaia:

Isaia 60,14: “Verranno a te in atteggiamento umile figli dei tuoi oppressori; ti si getteranno proni alle piante dei piedi quanti ti disprezzavano. Ti chiameranno Città del Signore, Sion del Santo di Israele.”

Il profeta, mostrando la lucentezza e la gloria della Gerusalemme messianica, si riferisce a che le nazioni riconosceranno a Gerusalemme. Nell'applicazione di questo passo nell'Apocalisse, Gesù esprime che il suo amore è per il nuovo popolo di Dio, e non per coloro che credono di essere il suo popolo, ma calunniano i cristiani. Magari si riconosca in questo brano la conversione degli ebrei nel tempo della Parusia.

La promessa che si fa a questa chiesa è niente meno che sarà contata tra gli eletti che saranno preservati della prova che verrà sul mondo con gli avvenimenti del “Giorno del Signore”. Cioè, faranno parte dei 144.000, come numero simbolico, che saranno rapiti all'incontro con Gesù.

La raccomandazione è che questi cristiani conservino fermamente quello che hanno fino alla Venuta del Signore, ed allora, ai vincitori, sarà fatta loro anche una promessa che implicherà la confermazione in grazia: l'entrata, alla sua morte, al Regno di Dio celestiale: saranno “colonna del Santuario di Dio". Bisogna avere cura qui con la terminologia, perché alcune traduzioni utilizzano in questo passaggio "tempio di Dio." In greco, tempio è "hieron", utilizzato per esempio in:

Matteo 21,12: “Gesù entrò poi nel tempio (hieron) e scacciò tutti quelli che vi trovò a comprare e a vendere; rovesciò i tavoli dei cambiavalute e le sedie dei venditori di colombe”

Luca 19,47: “Ogni giorno insegnava nel tempio (hieron). I sommi sacerdoti e gli scribi cercavano di farlo perire e così anche i notabili del popolo; ma non sapevano come fare, perché tutto il popolo pendeva dalle sue parole.”

Invece "santuario" è "naos"; nell'Apocalisse non si usa mai la parola "hieron" (tempio), bensì solamente "naos" (santuario), niente meno che 16 volte. Il significato di "santuario" è sempre lo stesso: è il "luogo santo" del Tempio di Gerusalemme, o "santo dei santi”, dove si trovava depositata l’Arca della Testimonianza, e dove abitava Yahveh, dove c’era la sua presenza, e dove solamente potevano entrare i sommi sacerdoti.

Pertanto, "essere colonna nel santuario di Dio" significa stare nella presenza di Dio e non uscire più di essa, ed essere qualcuno con funzioni di sostegno nel Regno di Dio, come furono chiamati molti degli apostoli:

Galati 2,9:“E riconoscendo la grazia a me conferita, Giacomo, Cefa e Giovanni, ritenuti le colonne, diedero a me e a Barnaba la loro destra in segno di comunione, perché noi andassimo verso i pagani ed essi verso i circoncisi.”

Come segno di appartenenza a Dio questi cristiani "colonne" portano scritte nelle sue fronti il nome di Dio, al contrario di coloro che appartengono all'Anticristo, che portano la sua marca nefasta. È molto evidente la relazione con gli eletti rapiti che vivono la Seconda Pentecoste (Apoc. 14,1), che hanno anche il nome di Dio e di Cristo nelle sue fronti. Queste colonne appartengono alla Nuova Gerusalemme che scende dal cielo venendo da Dio.

A che Nuova Gerusalemme si riferisce, delle due descritte nei Capitoli 21 e 22 dell'Apocalisse? Senza dubbio non si tratta della Gerusalemme messianica o Gerusalemme terrena (Apoc. 21,9-27), poiché in essa non c'è santuario, cioè, non si trova personalmente presente Dio, chi risiede alla Nuova Gerusalemme Celestiale, dove si trova il suo trono.

Nel Capitolo 7 vedremo in forma dettagliata tutti gli aspetti relativi a queste due città che scendono dal cielo, cosa rappresentano, ed in che momento della storia umana si produrrà questa discesa.

7) Laodicea:

Apocalisse 3,14-22: “All'angelo della Chiesa di Laodicèa scrivi: Così parla l'Amen, il Testimone fedele e verace, il Principio della creazione di Dio: Conosco le tue opere: tu non sei né freddo né caldo. Magari tu fossi freddo o caldo! Ma poiché sei tiepido, non sei cioè né freddo né caldo, sto per vomitarti dalla mia bocca. Tu dici: «Sono ricco, mi sono arricchito; non ho bisogno di nulla», ma non sai di essere un infelice, un miserabile, un povero, cieco e nudo.
Ti consiglio di comperare da me oro purificato dal fuoco per diventare ricco, vesti bianche per coprirti e nascondere la vergognosa tua nudità e collirio per ungerti gli occhi e ricuperare la vista. Io tutti quelli che amo li rimprovero e li castigo. Mostrati dunque zelante e ravvediti. Ecco, sto alla porta e busso.
Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me. Il vincitore lo farò sedere presso di me, sul mio trono, come io ho vinto e mi sono assiso presso il Padre mio sul suo trono. Chi ha orecchi, ascolti ciò che lo Spirito dice alle Chiese.”

Laodicea era una città molto ricca, un centro commerciale e bancario celebre per i suoi tessuti di lana ed una scuola di medicina. Fabbricavano anche cosmetici e colliri, tema al quale si fa riferimento nel testo. In questa chiesa dicono: "Sono ricco, mi sono arricchito, non ho bisogno di nulla." La ricchezza materiale ha spostato la ricchezza spirituale e ha generato precisamente un'autosufficienza che fa di lato all'umiltà, dando luogo al contrario della prima Beatitudine: "Beati i poveri in spirito" (Matteo 5,3).

Quando la Chiesa si lascia penetrare per lo spirito mondano e vuole compiacere tanto a Dio come al mondo che la circonda, succede quello che qui si esprime: si è tiepido, senza essere nè freddo (opposto completamente a Dio), né caldo (con l'ardore e zelo per il Vangelo che dà lo Spirito Santo).

Che cosa consiglia Gesù di fare in questi casi, per uscire da questo tepore spirituale?: "Comperare" quello che Egli ha per "vendere." In primo luogo, non cercare solamente la ricchezza materiale, bensì la spirituale, che non può basarsi mai in una vita tiepida, adattabile, senza lotta spirituale; questo significa "comperare da Gesù oro purificato nel fuoco", che rappresenta il compito purificatrice della grazia di Dio nell'uomo. Dall'Antico Testamento questa opera se la paragona con la purificazione che si fa all'oro, fondendolo nel crogiolo per eliminare i residui in forma di scoria:

Ecclesiastico 2,1-6: “Figlio, se ti presenti per servire il Signore, prepàrati alla tentazione. Abbi un cuore retto e sii costante, non ti smarrire nel tempo della seduzione. Sta' unito a lui senza separartene, perché tu sia esaltato nei tuoi ultimi giorni. Accetta quanto ti capita, sii paziente nelle vicende dolorose, perché con il fuoco si prova l'oro, e gli uomini ben accetti nel crogiuolo del dolore. Affidati a lui ed egli ti aiuterà; segui la via diritta e spera in lui.”

Quello visto sopra non significa, come temono molti cristiani, che coloro che decidono di seguire e servire al Signore, si troveranno sommersi in infinità di prove e sofferenze. Naturalmente queste prove esistono nella vita di ogni persona, ma quando si affrontano e vivono dalla fede e la crescita spirituale, permettono che Dio ottenga attraverso esse preziosi frutti di santità che non lasceranno posto al tepore spirituale. Questo è il significato della frase: "Io tutti quelli che amo li rimprovero e li castigo" (Apoc. 3,19). È la pedagogia di Dio, come bene lo espressa la Lettera agli Ebrei:

Ebrei 12,5-11: “E avete già dimenticato l'esortazione a voi rivolta come a figli: Figlio mio, non disprezzare la correzione del Signore e non ti perdere d'animo quando sei ripreso da lui; perché il Signore corregge colui che egli ama e sferza chiunque riconosce come figlio. È per la vostra correzione che voi soffrite! Dio vi tratta come figli; e qual è il figlio che non è corretto dal padre? Se siete senza correzione, mentre tutti ne hanno avuto la loro parte, siete bastardi, non figli!
Del resto, noi abbiamo avuto come correttori i nostri padri secondo la carne e li abbiamo rispettati; non ci sottometteremo perciò molto di più al Padre degli spiriti, per avere la vita? Costoro infatti ci correggevano per pochi giorni, come sembrava loro; Dio invece lo fa per il nostro bene, allo scopo di renderci partecipi della sua santità. Certo, ogni correzione, sul momento, non sembra causa di gioia, ma di tristezza; dopo però arreca un frutto di pace e di giustizia a quelli che per suo mezzo sono stati addestrati.”

Il migliore segno che abbiamo un Padre celestiale che c'ama, è il fatto che si occupa di noi per educarci e portarci alla santità, benché a volte il cammino per il quale noi andiamo è tanto deviato che ritornarci al buon sentiero significa una sofferenza momentanea.

Gesù ha più per "vendere": vesti bianche, cioè, che non hanno le macchie né l’immondizia del peccato. Il perdono che il Signore offre ai peccatori umiliati e pentiti è quello che egli guadagnò versando il suo prezioso sangue nella passione e nella morte di croce. Anche il Signore offre un collirio, affinché gli occhi spirituali che sono ciechi alle cose di Dio possano vedere, e questo rimedio è la luce della grazia, la chiarezza che dà lo Spirito Santo all'anima per mezzo delle sue virtù ed i suoi preziosi doni.

Nella "offerta" di Gesù troviamo le tre grandi tappe della conversione e la crescita spirituale: il pentimento dei peccati, la purificazione interiore o tappa ascetica della vita interna, e l'apertura allo Spirito Santo, la "illuminazione interna", la tappa mistica.

Per darci tutto questo, Gesù sta sempre alla porta della nostra anima, chiamando affinché gli apriamo e lo lasciamo entrare. Quello che succede è che la sua voce è molto soave (dice Isaia 42,2: "Non griderà né alzerà il tono, non farà udire in piazza la sua voce"), e quando siamo sommersi nelle voci e rumori che c'arrivano del mondo, non l'ascoltiamo; per quel motivo la necessità del silenzio interiore, del raccoglimento, della preghiera.

Il premio per acquisire quello che offre il Signore e metterlo in pratica è molto grande: significa condividere la sua stessa vita divina, che è quello che esprime la frase "sedersi presso di me, del mio trono", prima in forma imperfetta nella terra, e dopo, per tutta l'eternità, nella sua presenza alla Gerusalemme celestiale.

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