Il Regno di Dio si instaura con la Seconda Venuta di Gesù Cristo

Capitolo 7: L'Instaurazione Del Regno Di Dio

Indice generale del libro


Capitolo 1: Gli Avvenimenti Precursori Della Seconda Venuta Di Gesù
Capitolo 2: Il Tempo Dell'Avvertenza Della Misericordia Di Dio
Capitolo 3: Il Giudizio Di Dio Ai Santi
Capitolo 4: La Materia Del Giudizio Di Dio Ai Santi
Capitolo 5: Il Giudizio Di Dio Nella Terra Al Resto Dei'Uomini
Capitolo 6: La Parusía Del Signore
Capitolo 7: L'Instaurazione Del Regno Di Dio
Capitolo 8: Il Giudizio Finale Ed Il Regno Di Dio Eterno
Capitolo 9: Il Compimento Delle Profezie Messianiche
Capitolo 10: I Dogmi Di Fede Cattolica Sulla Seconda Venuta Di Gesucristo
Epìlogo

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Capitolo 7: L'Instaurazione Del Regno Di Dio


  A) La Nuova Gerusalemme, Celestiale e Terrena
     1) La Gerusalemme celestiale
     2) La Gerusalemme Terrena
  B) L'esistenza di una nuova età ("eone") terrena dopo la Parusia
  C) L'instaurazione del Regno di Dio terreno
     1) La vuelta de los santos acompañando a Cristo
     2) Il governo del Regno di Dio Terreno
  D) Senso del Regno di Dio terreno
     1) Il grado di gloria eterna dei salvati
     2) L’apporto del Regno di Dio terreno
     3) La conversión de los judíos y su incorporación a la Iglesia
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Arriviamo ora al concetto più importante che comprende l'avvenimento del "Giorno del Signore”, con la seconda Venuta di Cristo: l'instaurazione del Regno di Dio.

Comincerà così a manifestarsi il proposito eterno di Dio, il proposito supremo per il quale la Santa Trinità, senza necessità e solo per puro amore, creó all'uomo e l'universo materiale: avere una moltitudine di figli adottivi, coi quali condividere per tutta l'eternità la sua stessa vita divina.

Si farà finalmente realtà la visione di tanti profeti dell'Antico Testamento, intravista in mezzo ad ombre, e presa come la suprema speranza del Popolo di Dio: l’apparizione del Regno di Dio. Abbiamo sviluppato in dettaglio questa visione nel Capitolo 9, punto 7, che esprime molto bene un Salmo del re Davide:

Salmi 145(144),1-3;13: “O Dio, mio re, voglio esaltarti e benedire il tuo nome in eterno e per sempre. Ti voglio benedire ogni giorno, lodare il tuo nome in eterno e per sempre. Grande è il Signore e degno di ogni lode, la sua grandezza non si può misurare. Il tuo regno è regno di tutti i secoli, il tuo dominio si estende ad ogni generazione.”

Questo Regno di Dio, i cui due componenti, il Regno terreno ed il Regno celestiale rimasero nascosti nella visione degli antichi profeti, così come rimasero velate le due venute del Messia, si manifesterà ora nella sua pienezza finita e nella sua perfezione divina.

Cercheremo di affacciarci a questo supremo mistero dalla nostra piccolezza umana, che solamente per grazia di Dio, attraverso la rivelazione della sua Parola e della luce soprannaturale che lo Spirito Santo proietta nella nostra mente per mezzo della virtù infusa della fede, è capace di captare il grandioso concetto dell'instaurazione del Regno di Dio tra gli uomini.

A) La Nuova Gerusalemme, Celestiale e Terrena.

Il argomento centrale della nostra tesi sull'instaurazione del Regno di Dio si basa nel fatto che la descrizione che fa l'Apocalisse da 21,1 fino a 22,5 corrisponde a due realtà differenti, che denominiamo la Nuova Gerusalemme Celestiale e la Nuova Gerusalemme Terrena, e che comprendono gli stati della Chiesa celestiale e terrena della fine dei tempi.

La Chiesa celestiale si identifica col Regno di Dio celestiale, poiché è una stessa realtà finita e perfetta, mentre la Chiesa terrena è lo strumento o sacramento mediante il quale si stabilirà il Regno di Dio sulla Terra.

La forma in cui si instaurerà il Regno di Dio in queste due realtà la troviamo principalmente descritta nella Bibbia nel Libro dell'Apocalisse, che racconta gli avvenimenti che si succederanno dopo la Parusia del Signore Gesù Cristo, durante il famoso e tanto temuto e discusso Capitolo 20, scoglio e pietra di scandalo per moltitudine di teologi cristiani durante la storia della Chiesa fino al giorno di oggi.

La prima cosa che dobbiamo abbordare è lo studio della descrizione che fa l'Apocalisse della Nuova Gerusalemme, per confermare se effettivamente si parla lì di due realtà distinte. Fiumi di inchiostro si sono consumati per riempire innumerevoli pagine su questo tema, benché personalmente io creda che la maggioranza delle volte si sono abbordati questi brani dell'Apocalisse con un preconcepto che è molto chiaro e che divide le acque in uno o un altro senso: il problema di accettare che c'è un Regno terreno di Cristo, o Regno millenniale, che dà compimento alle profezie messianiche che descrivono un Regno di pace, giustizia e santità nella terra.

E lo scoglio principale, in caso di accettare questa possibilità, sorge dalla posizione di Cristo e dei santi risuscitati in questo Regno terreno. Tutto questo comprende il polemico tema del millenarismo, tanto discusso nella dottrina cristiana, e che ha diviso i teologi in una prima istanza in "millenaristi" e "non millenaristi", dando dopo luogo ad altre divisioni: amillenaristi, millenaristi mitigati, millenaristi spirituali, etc.

Nel nostro Articolo “Il millenarismo: concetto e portata del espressione” sviluppiamo in dettaglio tutto quello che si riferisce alla storia di questo concetto e le diverse tendenze dei teologi, per quello che andremo ora direttamente allo sviluppo della nostra spiegazione, dimostrando che nell'Apocalisse si parla della Gerusalemme che scende dal cielo comprendendo due descrizioni molto distinte.

Prenderemo come base il testo della Bibbia di Gerusalemme, edizione spagnola diretta per José Miguel Ubieta, pubblicata in 1976, riferendoci quando sia necessario al testo della Bibbia tradotta per Monsignore Juan Straubinger, pubblicata originalmente nell'anno 1951.

La prima cosa che richiama l'attenzione nella Bibbia di Gerusalemme sono i sottotitoli che dividono il Capitolo 21, che porta per titolo "La Gerusalemme futura." Il passo che si estende dal versetto 1 fino al 8 presenta come sottotitolo "La Gerusalemme celestiale", mentre quello che comprende dal versetto 9 fino al fine del capitolo indica: "La Gerusalemme messianica."

Sorprende questa distinzione, poiché non ha relazione con la dottrina sostentata per questa Bibbia che, per esempio, rispetto al passo di 20,1-3 che parla del millennio, commenta: "Durante il termine in cui il Drago sarà incatenato, la Chiesa conoscerà una rinnovazione. Questo periodo ha cominciato dal tempo dei martiri. È la fase terrestre del Regno di Dio e di Cristo, in attesa del giudizio." Pertanto la descrizione della "Gerusalemme messianica" corrisponde all'attuale epoca della Chiesa, quello che diventa molto difficile da capire.

Analizziamo di seguito in dettaglio queste due descrizioni distinte della Gerusalemme che scende dal cielo, da Dio:

1) La Gerusalemme celestiale.

Vediamo il testo in questione dell'Apocalisse:

Apocalisse 21,1-8;22,1-5: “Vidi poi un nuovo cielo e una nuova terra, perché il cielo e la terra di prima erano scomparsi e il mare non c'era più. Vidi anche la città santa, la nuova Gerusalemme, scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo. Udii allora una voce potente che usciva dal trono: «Ecco la dimora di Dio con gli uomini! Egli dimorerà tra di loro ed essi saranno suo popolo ed egli sarà il "Dio-con-loro". E tergerà ogni lacrima dai loro occhi; non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno, perché le cose di prima sono passate». E Colui che sedeva sul trono disse: «Ecco, io faccio nuove tutte le cose»; e soggiunse: «Scrivi, perché queste parole sono certe e veraci.
Ecco sono compiute! Io sono l'Alfa e l'Omega, il Principio e la Fine. A colui che ha sete darò gratuitamente acqua della fonte della vita. Chi sarà vittorioso erediterà questi beni; io sarò il suo Dio ed egli sarà mio figlio. Ma per i vili e gl'increduli, gli abietti e gli omicidi, gl'immorali, i fattucchieri, gli idolàtri e per tutti i mentitori è riservato lo stagno ardente di fuoco e di zolfo. È questa la seconda morte». Mi mostrò poi un fiume d'acqua viva limpida come cristallo, che scaturiva dal trono di Dio e dell'Agnello. In mezzo alla piazza della città e da una parte e dall'altra del fiume si trova un albero di vita che dà dodici raccolti e produce frutti ogni mese; le foglie dell'albero servono a guarire le nazioni.
E non vi sarà più maledizione. Il trono di Dio e dell'Agnello sarà in mezzo a lei e i suoi servi lo adoreranno; vedranno la sua faccia e porteranno il suo nome sulla fronte. Non vi sarà più notte e non avranno più bisogno di luce di lampada, né di luce di sole, perché il Signore Dio li illuminerà e regneranno nei secoli dei secoli.”

Il primo versetto allaccia col passo anteriore del Capitolo 20, che si riferisce alla fine del mondo, che si produrrà al termine del periodo simbolico di mille anni e del Giudizio Finale, quello che studieremo nel Capitolo 8. Quindi comincia la descrizione della Città Santa che "scende dal cielo, da Dio", e che si denomina Nuova Gerusalemme.

In primo luogo si descrive che c'è un trono, e dalla vicinanza di esso sorge una voce che effettua un solenne annuncio: "Questa è la dimora di Dio con gli uomini”. Sicuramente la voce che fa questa proclamazione corrisponde ad un "Angelo poderoso", come si vede in 5,2, quello che chiede con forte voce dalle vicinanze del trono l'apparizione di qualcuno che sia degno di togliere i sigilli ed aprire il libro che sostiene Dio nella sua mano destra.

In un altro brano (Apoc. 19,5), si menziona anche che esce una voce dal trono, chiedendo che si lodi a Dio in terza persona, quello che magari abbia anche origine nello stesso Angelo.

L'annuncio rivela che Dio, che sta seduto nel trono, come si rischiara nel versetto 5, stabilisce la sua dimora con gli uomini, insieme a loro, utilizzando una formula classica dei profeti nei suoi annunci escatologici:

Ezechiele 37,26-27: “Farò con loro un'alleanza di pace, che sarà con loro un'alleanza eterna. Li stabilirò e li moltiplicherò e porrò il mio santuario in mezzo a loro per sempre. In mezzo a loro sarà la mia dimora: io sarò il loro Dio ed essi saranno il mio popolo.”

Di quello che non c'è dubbio è che siamo ubicati fuori dell'ambito terreno, nel cielo, in corrispondenza a tutte le visioni anteriori del cielo che presenta il veggente Giovanni, col trono di Dio e la sua presenza in esso (Capitoli 4; 5; 7,9-17; 19,1-9).

Chi sono quelli che al momento della Parusía abitano questa Città celestiale? Vedemmo già che i suoi cittadini sono i santi risuscitati nella prima resurrezione. Spieghiamo già in precedenza le visioni dell'autore del Libro con la presenza dei santi risuscitati alla Gerusalemme celestiale (7,9-17 e 19,1 -9), ed alla fine del Capitolo 4 paragoniamo questi passi con la descrizione di 21,1-8 e 22,1 -5.

Troviamo un'altra precisione chiave in 22,1 che si riafferma in 22,3: lì troviamo il trono di Dio e dell'Agnello. Cioè, Gesù Cristo è anche Re in questo Regno di Dio celestiale, quello che costituirà un argomento di somma importanza nei punti che seguiranno al presente capitolo.

Si riferiscono altre caratteristiche di questa Gerusalemme celestiale che definiscono alcune delle qualità della vita eterna dei risuscitati: ovviamente la morte non esisterà più (immortalità), né il dolore (impassibilità), non ci saranno pianto né lamento, bensì solamente gioia ed allegria. Non ci sarà né fame né sete, poiché esisteranno frutti abbondanti (22,2), e la cosa più importante, tutti godranno della visione beatifica, vedranno il volto di Dio, si vedranno faccia a faccia con Lui (22,4).

Ma si stabilisce anche qualcosa di gran importanza: l'accesso a tutto questo che costituisce una vera eredità di Dio per i suoi figli (21,7), non è per tutti, bensì solamente per i vincitori, quelli che riuscirono a trionfare contro il peccato e la tentazione di Satana, che cerca di separare gli uomini da Dio, cioè, portarli alla dannazione.

I trionfatori sono quelli che seppero ricevere la Redenzione di Gesù Cristo, data come un dono all'umanità per il Padre, e, nella sua libertà, lasciarono che la vita soprannaturale ricevuta in conseguenza desse frutti abbondanti di conversione e santità.

Si dà come esempio un'enunciazione, ovviamente non esaustiva, dei peccati che, portati al suo estremo, ostacolano l'entrata alla Gerusalemme celestiale, e condannano ad una vita eternamente allontanata da Dio, nell'inferno, qui esemplificato per il "lago che arde con fuoco e zolfo." Questa terribile e spaventosa realtà è quella che l'Apocalisse denomina con molta esattezza "la morte seconda."

Un ultimo dettaglio che interessa in questa descrizione lo troviamo in 22,5: "Non vi sarà più notte e non avranno più bisogno di luce di lampada né di luce di sole, perché il Signore Dio li illuminerà e regneranno nei secoli dei secoli."

La luce esistente è una luce divina che emerge direttamente del Signore Dio che si trova lì presente. Ovviamente non si sta parlando di una luce nel senso fisico, per vedere le cose, bensì di una luce integrale che illumina specialmente l'interno dell'anima umana e facilita la sua relazione con Dio, quello che i teologi denominano "luce di gloria."

Rimane un punto da chiarire: Perché crediamo che il testo di 22,1-5 è continuazione di 21,1-8? È abbastanza evidente, poiché la descrizione incomincia parlando del fiume di acqua di vita che esce dal trono di Dio e dell'Agnello. L'unica descrizione dell'esistenza del trono di Dio l'abbiamo in 21,3 e 21,5, mentre nel passo di 21,9-27 non è trono alcuno, perché neanche c'è il santuario, che è il luogo che alberga il trono di Dio e la sua presenza, come vedremo in dettaglio nel punto seguente.

2) La Gerusalemme Terrena.

Esaminiamo il testo che si riferisce a quella che denominiamo "Gerusalemme Terrena":

Apocalisse 21,9-27: “Poi venne uno dei sette angeli che hanno le sette coppe piene degli ultimi sette flagelli e mi parlò: «Vieni, ti mostrerò la fidanzata, la sposa dell'Agnello». L'angelo mi trasportò in spirito su di un monte grande e alto, e mi mostrò la città santa, Gerusalemme, che scendeva dal cielo, da Dio, risplendente della gloria di Dio. Il suo splendore è simile a quello di una gemma preziosissima, come pietra di diaspro cristallino. La città è cinta da un grande e alto muro con dodici porte: sopra queste porte stanno dodici angeli e nomi scritti, i nomi delle dodici tribù dei figli d'Israele.
A oriente tre porte, a settentrione tre porte, a mezzogiorno tre porte e ad occidente tre porte. Le mura della città poggiano su dodici basamenti, sopra i quali sono i dodici nomi dei dodici apostoli dell'Agnello. Colui che mi parlava aveva come misura una canna d'oro, per misurare la città, le sue porte e le sue mura. La città è a forma di quadrato, la sua lunghezza è uguale alla larghezza. L'angelo misurò la città con la canna: misura dodici mila stadi; la lunghezza, la larghezza e l'altezza sono eguali. Ne misurò anche le mura: sono alte centoquarantaquattro braccia, secondo la misura in uso tra gli uomini adoperata dall'angelo. Le mura sono costruite con diaspro e la città è di oro puro, simile a terso cristallo.
Le fondamenta delle mura della città sono adorne di ogni specie di pietre preziose. Il primo fondamento è di diaspro, il secondo di zaffìro, il terzo di calcedònio, il quarto di smeraldo, il quinto di sardònice, il sesto di cornalina, il settimo di crisòlito, l'ottavo di berillo, il nono di topazio, il decimo di crisopazio, l'undecimo di giacinto, il dodicesimo di ametista. E le dodici porte sono dodici perle; ciascuna porta è formata da una sola perla. E la piazza della città è di oro puro, come cristallo trasparente. Non vidi alcun tempio in essa perché il Signore Dio, l'Onnipotente, e l'Agnello sono il suo tempio.
La città non ha bisogno della luce del sole, né della luce della luna perché la gloria di Dio la illumina e la sua lampada è l'Agnello. Le nazioni cammineranno alla sua luce e i re della terra a lei porteranno la loro magnificenza. Le sue porte non si chiuderanno mai durante il giorno, poiché non vi sarà più notte. E porteranno a lei la gloria e l'onore delle nazioni. Non entrerà in essa nulla d'impuro, né chi commette abominio o falsità, ma solo quelli che sono scritti nel libro della vita dell'Agnello.”

All'improvviso il Capitolo 21 dell'Apocalisse ha un cambiamento a partire dal versetto 9. Sembrava che la descrizione fatta negli otto versetti anteriori era già arrotondata, poiché concludeva con la descrizione di chi sarebbero gli uomini che formerebbero al popolo di Dio ammesso ad abitare in questa Gerusalemme per tutta l'eternità, ma qui dà l'impressione di prodursi un nuovo principio, riferendosi ad una realtà distinta.

Questo brusco cambiamento è quello che ha messo in imbarazzo ai teologi ed esegeti durante i secoli del cristianesimo, che hanno voluto sostenere che non è più che una continuazione di quello che si è descritto anteriormente.

Si sono branditi diversi argomenti per unire entrambe le descrizioni, dicendo per esempio che la prima è come una specie di introduzione, e la seconda entra nel dettaglio, fino a che il testo è l’opera di un di un discepolo dello scrittore originale un p’o trascurato che non conservò nel libro l'ordine stabilito per l'autore.

La nostra opinione sostiene che questo testo si riferisce ad una realtà completamente differente, che confermeremo con gli argomenti che daremo di seguito.

a) In primo luogo abbiamo il riferimento di tempo che ci dà l'autore dell'Apocalisse: nel caso della descrizione della Gerusalemme Celestiale (21,1-8 e 22,1-5), la stessa segue immediatamente alla descrizione del Giudizio Finale nel Capitolo 20, effettuato per Colui che occupa il trono bianco. Lì si puntualizza:

Apocalisse 20,11: “Vidi poi un grande trono bianco e Colui che sedeva su di esso. Dalla sua presenza erano scomparsi la terra e il cielo senza lasciar traccia di sé.”

Cioè, il cielo e la terra conosciuti, luogo dove si trova "l’accampamento dei santi e la Città diletta" (20,9), spariscono totalmente (questo tema si sviluppa nel Capitolo 8), ma immediatamente il Capitolo 21 puntualizza che sorgono un nuovo cielo ed una nuova terra, chiarendo che "il cielo e la terra di prima erano scomparsi" (come lo descrisse 20,11).

Pertanto è indubbio che l'apparizione dal cielo della Nuova Gerusalemme succederà nel tempo immediatamente posteriore al giudizio finale, una volta trascorsi i "mille anni" di durata del periodo in che "Satana non sedurrà più alle nazioni" (20,3), e che si inaugura con la Parusia del Signore.

Invece, nel caso della Gerusalemme Terrena, Giovanni non descrive una visione diretta, ma appare la mediazione di un angelo, identificato come uno degli angeli portatori delle coppe che sono piene dei sette flagelli (15,5-7), quelli che eseguiranno il Giudizio di Dio sulla terra (vedere Capitolo 5.C).

Questo angelo lo "trasporta in spirito" a Giovanni fino ad un luogo dove avrà la visione, che è "un monte grande ed alto" (21,9-10). Questa visione è l'antipode di una descritta anteriormente, formulata esattamente negli stessi termini:

Apocalisse 17,1-3: “Allora uno dei sette angeli che hanno le sette coppe mi si avvicinò e parlò con me: «Vieni, ti farò vedere la condanna della grande prostituta che siede presso le grandi acque. Con lei si sono prostituiti i re della terra e gli abitanti della terra si sono inebriati del vino della sua prostituzione». L'angelo mi trasportò in spirito nel deserto. Là vidi una donna seduta sopra una bestia scarlatta, coperta di nomi blasfemi, con sette teste e dieci corna.”

Appare anche uno dei sette angeli portatori delle coppe, e lo trasporta "in spirito nel deserto", dove avrà la visione della Gran Babilonia. Non c'è pertanto dubbio che queste due visioni profetiche seguono una dialettica di figure contrastate, mostrando l'alternanza di elementi contari, come possiamo vederlo di seguito:

Troviamo due figure femminili e due città: in primo luogo, la Gran Meretrice, capo di una falsa religione idolatrica che corrompe all'umanità e che finalmente rimane trasformata in una gran città, dominatrice su "i re della terra", cioè, con un impero politico ed economico sui paesi del mondo.

Dopo, la Sposa dell'Agnello, che anche si trasforma in una città, Gerusalemme, la Città Santa, dove si trovano i veri discepoli di Dio, i santi, gli iscritti nel Libro della Vita dell'Agnello, e dove niente profano entra in lei. Ha impero sulle nazioni della terra, ma a causa della luce divina della gloria di Dio che irradia e che trasforma al mondo, portandolo alla pace, la giustizia e la santità.

Ci sono molti altri dettagli che presentano contrasti, come per esempio l'oro puro in cui è costruita la città di Gerusalemme e l'oro della coppa della prostituta piena di abomini, o che Babilonia rimarrà come covo di demòni e spiriti immondi, mentre Gerusalemme è il luogo della presenza di Dio.

Ma la cosa importante di queste figure contrastanti, la Gerusalemme Terrena, "la Città Santa", e la Gran Babilonia, "madre delle prostitute e degli abomini della terra", radica in che l'Apocalisse ci vuole presentare in esse il compimento del piano di Dio per la fine dei tempi.

Il dominio mondiale della Gran Babilonia, che simbolizza il potere materialista ed anticristiano sostenuto per Satana, la Bestia di colore scarlatto, sarà distrutto dal suo antico alleato, l'Anticristo, che poco durerà nella sua Gran Città, la Gerusalemme apostata, e sarà finalmente sostituito e rimpiazzato per il Regno di Dio, impiantato a partire dalla Città Santa Gerusalemme, per un intervento personale di Dio nella storia degli uomini. (vedere Capitolo 2.D.1)

Di questa maniera rimane chiaro che la nascita nel tempo della Gerusalemme Terrena succederà in occasione della Parusía del Signore, dopo della caduta della Babilonia e dell'Anticristo, e si differenzia grandemente nel tempo, per i mille anni simbolici, dell'apparizione della nuova Gerusalemme Celestiale.

Questo è il motivo che entrambe le città gli siano mostrate a Giovanni per uno degli angeli portatori dei flagelli, poiché corrispondono ad eventi tra il tempo di finalizzazione del giudizio sui vivi, che finisce con la Parusia, ed il tempo dello spargimento delle sette coppe.

b) Un'altra differenza rimane stabilita per la costituzione fisica di entrambe le città.

La Gerusalemme Celestiale è praticamente descritta senza nessun dettaglio di indole materiale, solamente si menziona l'esistenza del trono di Dio e di un fiume di acqua di Vita, con aspetto di vetro, che corre per una piazza dove ci sono alberi molto speciali, distinti a tutti quelli della terra, che danno un raccolto per mese (quello che indica l'abbondanza di alimento e l'impossibilità che esista fame), e le cui foglie servono per guarire (che mostra l'inesistenza di malattie).

Invece, la Gerusalemme Terrena possiede una complessa descrizione costruttiva, tanto nelle sue forme architettoniche come nei materiali impiegati. Ovviamente sono tutti elementi con un significato simbolico, in generale abbastanza complesso ed oscuro, e che hanno svelato a moltitudini di teologi ed investigatori che cercarono la possibile interpretazione.

Ma quello che c'interessa in questo studio è che, senza dubbio, si sta descrivendo una città materiale, con componenti esistenti nella terra, ed un'architettura che chiaramente mira alla vera città di Gerusalemme. Così appare circondata di un muro edificato su solide fondamenta, con dodici porte ed una piazza, essendo il materiale costruttivo dell'edificazione l'oro puro.

Sorge, in questo modo, come crediamo, con abbastanza chiarezza un'altra distinzione importante tra le due città che stiamo studiando.

c) Ci troviamo inoltre con un'altra differenza di importanza in quanto a chi sono quelli che abitano in entrambe le città:

Alla Gerusalemme celestiale troviamo in presenza di Dio ai santi risuscitati, come lo presenta il passo di 7,9-17 che abbiamo già studiato: coloro che vestono le tuniche bianche e stanno in piedi (hanno resuscitato) davanti al trono e davanti l'Agnello, che vennero dalla gran tribolazione. Non avranno oramai più fame né sete, e berranno delle fonti della Vita eterna.

Alla Gerusalemme terrena, chi abitano in essa, dei quali non si dà nessun dettaglio, sono quelli descritti come "gli iscritti nel libro della vita dell'Agnello." Chi sono? La chiave le dà il seguente brano:

Apocalisse 3,5: “Il vincitore sarà dunque vestito di bianche vesti, non cancellerò il suo nome dal libro della vita, ma lo riconoscerò davanti al Padre mio e davanti ai suoi angeli.”

Vedemmo già nei Capitoli 3 e 5 il significato dei premi enumerati nelle Lettere alle sette chiese: in questo caso si riferisce ai santi che saranno rapiti e ritorneranno alla terra con Gesù Cristo nella Parusia. Questi santi rifletteranno la luce di Dio e dell'Agnello, saranno guidati per lo Spirito Santo, ed evangelizzeranno e trasformeranno alla maggioranza dei sopravvissuti delle nazioni nella terra.

Ma non entreranno in questa Città Santa (la Gerusalemme Terrena), quelli che commettono abominio e falsità, quello che ci fa intendere che stiamo ancora in un mondo di vivi con possibilità di cadere nel peccato.

d) Un altro aspetto definitorio come differenza tra una ed'altra città è la presenza di Dio.

Alla Gerusalemme Celestiale Dio è seduto nel trono, assieme all'Agnello, ed in quella sua dimora abita con gli uomini. Durante tutto il Libro dell'Apocalisse si ubica la presenza di Dio, il suo trono, nel "Santuario", definito per la parola greca "naos", che si trova sempre nel cielo:

7,15: "Per questo stanno davanti al trono di Dio e gli prestano servizio giorno e notte nel suo santuario ("naos").

11,19: "Allora si aprì il Santuario ("naos"), di Dio nel cielo, ed apparve nel santurio l’arca dell’alleanza”.

15,8: "Il tempio ("naos") si riempì del fumo che usciva dalla gloria di Dio e dalla sua potenza: nessuno poteva entrare nel tempio ("naos") finché non avessero termine i sette flagelli dei sette angeli.”

Pertanto, alla Gerusalemme Celestiale si trova Dio nel suo Santuario ("naos"). Ma nella Gerusalemme Terrena Giovanni esplicita qualcosa di importante:

Apocalisse 21,22-23: “Non vidi alcun tempio in essa perché il Signore Dio, l'Onnipotente, e l'Agnello sono il suo tempio. La città non ha bisogno della luce del sole, né della luce della luna perché la gloria di Dio la illumina e la sua lampada è l'Agnello.”

Non esiste Tempio ("naos") in essa, perché come si puntualizza all'inizio del passo sulla Gerusalemme Terrena, lì si trova la Gloria di Dio:

Apocalisse 21,10-11: : “L'angelo mi trasportò in spirito su di un monte grande e alto, e mi mostrò la città santa, Gerusalemme, che scendeva dal cielo, da Dio, risplendente della gloria di Dio. Il suo splendore è simile a quello di una gemma preziosissima, come pietra di diaspro cristallino.”

La Gerusalemme Terrena, ricordiamo, simbolizza alla Chiesa terrena purificata e santificata nel rapimento, che sperimenta la Seconda Pentecoste e le Nozze dell'Agnello. In essa non si trova la presenza personale di Dio come nella Chiesa Celestiale, ma sta la sua gloria, quella che proviene da Dio e dell'Agnello, che si irradia nella sua Chiesa terrena, attraverso il suo mistero come sacramento di Dio.

Questo passo produce molte volte confusione, perché la parola greca "naos" è tradotta come "tempio" che è "hieron" in greco, e possiede un altro significato, come luogo fisico. Vediamo così questa differenza tanto importante tra la Gerusalemme Celestiale e quella Terrena, in quanto alla presenza di Dio: nella prima è la sua stessa persona, nella seconda è la sua gloria che irradia su di esa.

e) Infine menzioniamo un'altra differenza, in quanto al nome che ricevono queste due realtà distinte della Gerusalemme che scende dal cielo.

Nella prima descrizione (21,2), la città è nominata come "la Città Santa, la nuova Gerusalemme." Nella seconda (21,10) è definita come "la Città Santa, Gerusalemme."

Benché questa distinzione per la parola "nuova" sembri appena una differenza minima, vedremo la sua gran importanza nel Capitolo 8, quando studieremo come la Gerusalemme Celestiale discende dal cielo alla fine del mondo, per rimpiazzare alla Gerusalemme terrena, trasformandosi nella Nuova Gerusalemme, nel nuovo cielo e nuova terra.

Di questa maniera, con diverse argomentazioni, proviamo che il tema centrale della nostra tesi, nel senso che nel passo che va da Apoc. 20,1 fino a 22,5 si parla di due realtà distinte, che denominiamo la "Gerusalemme Celestiale" e la "Gerusalemme Terrena", è chiaramente fondato.

B) L'esistenza di una nuova età ("eone") terrena dopo la Parusia

È di gran importanza chiarificare il significato preciso di certi termini in greco utilizzati nel Nuovo Testamento, quelli che sono tradotti in forma abbastanza indistinta con la parola "mondo", fatto questo che genera molte volte la possibilità di errori di interpretazione in quanto al vero significato di quello che si sta esprimendo.

Esaminiamo queste distinte parole per trovare il suo significato corretto, in funzione di quello che espressero originalmente i redattori dei testi sacri:

a) Terra ("ge")::

Il termine "ge" ha il significato tanto di "terra" come luogo fisico dove abitano gli uomini, la specie umana, e come dell'elemento "terra" che costituisce il suolo, la superficie del pianeta.

Vediamo alcuni esempi del primo significato, che è quello che c'interessa:

Matteo 17,25: “Rispose: «Sì». Mentre entrava in casa, Gesù lo prevenne dicendo: «Che cosa ti pare, Simone? I re di questa terra da chi riscuotono le tasse e i tributi? Dai propri figli o dagli altri?».”

Luca 18,8: “Vi dico che farà loro giustizia prontamente. Ma il Figlio dell'uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?».

Atti 17,26: “Egli creò da uno solo tutte le nazioni degli uomini, perché abitassero su tutta la faccia della terra. Per essi ha stabilito l'ordine dei tempi e i confini del loro spazio”

Apocalisse 13,8: “L'adorarono tutti gli abitanti della terra, il cui nome non è scritto fin dalla fondazione del mondo nel libro della vita dell'Agnello immolato.”

Apprezziamo senza nessun dubbio che “ge” è l'accezione di "terra" come dimora o luogo dove abitano gli uomini, che per estensione comprende tutti gli abitanti della stessa. Bisogna puntualizzare che non esiste nel Nuovo Testamento l'espressione fine ("telos"), della terra ("ge").

b) Mondo (“oikoumene”):

Questa parola ha il significato di "terra abitata per gli uomini", cioè, rappresenta l'insieme di paesi e nazioni. È tradotta indistintamente per la parole "terra" o "mondo." Vediamo alcuni dei suoi usi, (solamente appare 15 volte nel Nuovo Testamento):

Matteo 24,14: “Frattanto questo vangelo del regno sarà annunziato in tutto il mondo (“oikoumene”), perché ne sia resa testimonianza a tutte le genti; e allora verrà la fine.”

Luca 4,5: “Il diavolo lo condusse in alto e, mostrandogli in un istante tutti i regni della terra (“oikoumene”)”

Luca 21,26: “Mentre gli uomini moriranno per la paura e per l'attesa di ciò che dovrà accadere sulla terra (“oikoumene”). Le potenze dei cieli infatti saranno sconvolte.”

Atti 17,31: “Poiché egli ha stabilito un giorno nel quale dovrà giudicare la terra (“oikoumene”) con giustizia per mezzo di un uomo che egli ha designato, dandone a tutti prova sicura col risuscitarlo dai morti».”

È interessante notare che in questa accezione di "mondo" ("oikoumene"), si parla di mondi distinti:

Ebrei 2,5: “Non certo a degli angeli egli ha assoggettato il mondo (“oikoumene”) futuro, del quale parliamo.”

Questo mondo del quale si sta parlando è il mondo dell'uomo, che fu "futuro" dopo il mondo di Dio nel cielo, dove si trovano gli angeli (Ebrei 1,3-4).

c) Mondo (“kosmos”):

Il significato di questo termine è quello di "società umana", con le sue caratteristiche derivate dal genere umano. Vediamo alcuni dei suoi usi:

Matteo 5,14: “Voi siete la luce del mondo (“kosmos”); non può restare nascosta una città collocata sopra un monte”

Marco 16,15: “Gesù disse loro:«Andate in tutto il mondo (“kosmos”) e predicate il vangelo ad ogni creatura.”

Luca 12,29-30: “Non cercate perciò che cosa mangerete e berrete, e non state con l'animo in ansia: di tutte queste cose si preoccupa la gente del mondo (“kosmos”) ; ma il Padre vostro sa che ne avete bisogno.”

Giovanni 1,29: “Il giorno dopo, Giovanni vedendo Gesù venire verso di lui disse: «Ecco l'agnello di Dio, ecco colui che toglie il peccato del mondo (“kosmos”)!”

Giovanni 3,16: “Dio infatti ha tanto amato il mondo (“kosmos”) da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna.”

Giovanni 7,7: “Il mondo (“kosmos”) non può odiare voi, ma odia me, perché di lui io attesto che le sue opere sono cattive.”

Giovanni 17,21: “Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch'essi in noi una cosa sola, perché il mondo (“kosmos”) creda che tu mi hai mandato.”

1 Corinzi 3,19: “Perché la sapienza di questo mondo (“kosmos”) è stoltezza davanti a Dio. Sta scritto infatti: Egli prende i sapienti per mezzo della loro astuzia.”

2 Corinzi 7,10: “Perché la tristezza secondo Dio produce un pentimento irrevocabile che porta alla salvezza, mentre la tristezza del mondo (“kosmos”) produce la morte.”

Si osserva allora che il "mondo" ("kosmos"), non è qualcosa di inanimato, ma odia, crede, ha saggezza, tristezza, peccato, etc. Nel suo estremo "mondo" acquisisce un significato che rappresenta la cosa profana, tutto quello che è allontanato da Dio, quello che è ispirato ed animato solamente per le appetenze carnali, senza l'azione soprannaturale della grazia.

È importante anche sottolineare la non esistenza nel Nuovo Testamento dell'espressione "fine” ("telos") del mondo ("kosmos"), cioè, di questa società umana non si definisce in assoluto che possa terminare un giorno.

Quello che rimane indicato chiaramente in molti testi è che oltre al mondo degli uomini c’è un altro mondo, o un'altra classe di mondo:

Giovanni 8,21-23: “Di nuovo Gesù disse loro: «Io vado e voi mi cercherete, ma morirete nel vostro peccato. Dove vado io, voi non potete venire». Dicevano allora i Giudei: «Forse si ucciderà, dal momento che dice: Dove vado io, voi non potete venire?». E diceva loro: «Voi siete di quaggiù, io sono di lassù; voi siete di questo mondo (“kosmos”), io non sono di questo mondo (“kosmos”).”

Giovanni 13,1: “Prima della festa di Pasqua Gesù, sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo (“kosmos”) al Padre, dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine.”

Giovanni 16,28: “«Sono uscito dal Padre e sono venuto nel mondo (“kosmos”); ora lascio di nuovo il mondo (“kosmos”), e vado al Padre».”

Vediamo che c'è un mondo "di lassù”, al quale appartiene Gesù, che è dove si trova il Padre, cioè, è il cielo, e c'è un altro "di quaggiù”, al quale appartengono i farisei ai quali Gesù stava parlando in Giovanni 8,21-23, che sono quelli che "moriranno" nel suo peccato. Quelli che sono chiamati da Gesù e l'ascoltano, non appartengono oramai a questo mondo:

Giovanni 15,18-19: “Se il mondo (“kosmos”) vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me. Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; poiché invece non siete del mondo, ma io vi ho scelti dal mondo, per questo il mondo vi odia.”

Ma esiste anche il concetto che il mondo, come società umana, ha sofferto cambiamenti nella sua storia, potendosi parlare di mondi distinti:

2 Pietro 3,3-7: “Questo anzitutto dovete sapere, che verranno negli ultimi giorni schernitori beffardi, i quali si comporteranno secondo le proprie passioni e diranno: «Dov'è la promessa della sua venuta? Dal giorno in cui i nostri padri chiusero gli occhi tutto rimane come al principio della creazione». Ma costoro dimenticano volontariamente che i cieli esistevano già da lungo tempo e che la terra, uscita dall'acqua e in mezzo all'acqua, ricevette la sua forma grazie alla parola di Dio; e che per queste stesse cause il mondo di allora, sommerso dall'acqua, perì. Ora, i cieli e la terra attuali sono conservati dalla medesima parola, riservati al fuoco per il giorno del giudizio e della rovina degli empi.”

In questo passo si menziona al "mondo di allora", formato per cieli e terra stabiliti tra le acque per la creazione di Dio, ma che quel mondo ("kosmos"), "perì sommerso dall’acqua del diluvio" e che ci sono "cieli e terra attuali”, cioè, il "mondo" di ora.

Ma c'è anche un'altra distinzione molto importante che ci permetterà di identificare con più chiarezza a che mondo appartengono i cristiani, che non sono oramai di questo mondo, perché seguendolo a Cristo smisero di fare parte di esso. Per studiarlo dobbiamo vedere un'altra parola che normalmente si traduce come "mondo."

d) Età o era (“eone”):

C’e una parola greca, "eone" o "aione", che appare 126 volte nel Nuovo Testamento, e che è tradotta di molte maniere che ostacolano molto la sua interpretazione: "mondo", "secolo", "sempre", le accezioni più comuni. In particolare, quando è tradotta come "mondo" può produrre molta confusione, specialmente quando si sta parlando di eventi escatologici.

Il termine "eone" possiede il significato di un certo periodo di tempo, di durata sconosciuta o indeterminata, definito in relazione agli eventi che succedono in una certa epoca, alle caratteristiche religiose o spirituali che la definiscano.

Nella predicazione di Gesù si distinguono con chiarezza la differenziazione che il Signore fa del "eone" presente e del "eone" futuro che lo succederà:

Matteo 12,32: “A chiunque parlerà male del Figlio dell'uomo sarà perdonato; ma la bestemmia contro lo Spirito, non gli sarà perdonata né in questo secolo (“eone”), né in quello futuro.”

Risulta chiaro da questa espressione che c'è un "eone" che segue all'attuale, e Gesù rivela che in questo "eone" futuro ci saranno coloro che bestemmieranno contro lo Spirito Santo, per quello che risulta chiaro che non si sta riferendo ad un "eone" celestiale, dove vivono solo santi risuscitati nel cielo, come insegna la dottrina cattolica comunemente accettata, ma si riferisce ad un'età nella quale ancora esisterà il peccato.

Ma anche Gesù insegna che nel "eone" che verrà esisterà la vita eterna:

Luca 18,29-30: “Ed egli rispose: «In verità vi dico, non c'è nessuno che abbia lasciato casa o moglie o fratelli o genitori o figli per il regno di Dio, che non riceva molto di più nel tempo presente e la vita eterna nel tempo (“eone”) che verrà».” (cf. Marcos 10,29-30).

Questa età che verrà premierà a coloro che abbiano lasciato tutto per il Regno di Dio, con la vita eterna, che implica nel suo concetto la resurrezione di tra i morti:

Luca 20,34-36: “Gesù rispose: «I figli di questo mondo (“eone”) prendono moglie e prendono marito; ma quelli che sono giudicati degni dell'altro mondo (“eone”) e della risurrezione dai morti, non prendono moglie né marito; e nemmeno possono più morire, perché sono uguali agli angeli e, essendo figli della risurrezione, sono figli di Dio».”

Questa rivelazione è in totale accordo con quello che sviluppiamo nel nostro lavoro, dove il "eone" futuro che Gesù inaugura con la sua Parusia, conterrà il Regno di Dio terreno ed il Regno di Dio celestiale, popolato per i santi risuscitati, al quale si riferisce in questo testo.

San Paolo sviluppa anche con molta chiarezza l'esistenza di un "eone" posteriore all'attuale, che definisce come "cattivo" o "perverso":

Galati 1,3-5: “Grazia a voi e pace da parte di Dio Padre nostro e dal Signore Gesù Cristo, che ha dato se stesso per i nostri peccati, per strapparci da questo mondo (“eone”) perverso, secondo la volontà di Dio e Padre nostro, al quale sia gloria nei secoli dei secoli. Amen.”

L'apostolo esorta i cristiani a non conformarsi al "eone" presente, bensì a "trasformarsi" (vedere Capitolo 3.D):

Romani 12,2: “Non conformatevi alla mentalità di questo secolo (“eone”), ma trasformatevi rinnovando la vostra mente, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto.”

Nelle sue preghiere al Padre, Paolo supplica il dono del spirito di sapienza e di rivelazione per i suoi fratelli Efesini, affinché "comprendono a quale la speranza sono stati chiamati da Lui":

Efesini 1,19-21: “Perché il Dio del Signore nostro Gesù Cristo, il Padre della gloria, vi dia uno spirito di sapienza e di rivelazione per una più profonda conoscenza di lui. Possa egli davvero illuminare gli occhi della vostra mente per farvi comprendere a quale speranza vi ha chiamati, quale tesoro di gloria racchiude la sua eredità fra i santie qual è la straordinaria grandezza della sua potenza verso di noi credenti secondo l'efficacia della sua forza che egli manifestò in Cristo, quando lo risuscitò dai morti e lo fece sedere alla sua destra nei cieli, al di sopra di ogni principato e autorità, di ogni potenza e dominazione e di ogni altro nome che si possa nominare non solo nel secolo presente ma anche in quello futuro.”

C'è un secolo attuale, nel quale Cristo è seduto alla destra del Padre nel cielo, al di sopra di ogni potere angelico cattivo, quello che si manterrà anche nel "eone" venturo, benché lì queste potestà saranno sconfitte e sottomesse per Gesù (vedere Capitolo 8.D).

Il "eone" per venire ha già al presente un anticipo, in quelli che ricevono il dono della grazia e vivono la presenza e l'azione nelle sue vite dello Spirito Santo:

Ebrei 6,1-6: “Perciò, lasciando da parte l'insegnamento iniziale su Cristo, passiamo a ciò che è più completo, senza gettare di nuovo le fondamenta della rinunzia alle opere morte e della fede in Dio, della dottrina dei battesimi, dell'imposizione delle mani, della risurrezione dei morti e del giudizio eterno. Questo noi intendiamo fare, se Dio lo permette.
Quelli infatti che sono stati una volta illuminati, che hanno gustato il dono celeste, sono diventati partecipi dello Spirito Santo e hanno gustato la buona parola di Dio e le meraviglie del mondo (“eone”) futuro. Tuttavia se sono caduti, è impossibile rinnovarli una seconda volta portandoli alla conversione, dal momento che per loro conto crocifiggono di nuovo il Figlio di Dio e lo espongono all'infamia.”

Un'altra rivelazione della Scrittura è che le età ("eoni"), sono state create da Dio Padre per suo Figlio Gesù Cristo:

Ebrei 1,1-2: “Dio, che aveva già parlato nei tempi antichi molte volte e in diversi modi ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio, che ha costituito erede di tutte le cose e per mezzo del quale ha fatto anche il mondo (“eoni”).”

San Paolo riconosce Gesù come "Re dei secoli” ("eoni"):

1 Timoteo 1,17:” “Al Re dei secoli (“eoni”) incorruttibile, invisibile e unico Dio, onore e gloria nei secoli (“eoni”) dei secoli (“eoni”). Amen.”

Nell'Apocalisse troviamo la stessa espressione:

Apocalisse 15,3: “Cantavano il cantico di Mosè, servo di Dio, e il cantico dell'Agnello: «Grandi e mirabili sono le tue opere, o Signore Dio onnipotente; giuste e veraci le tue vie, o Re delle genti (“eoni”)!”

È il canto che intonano i superstiti nella terra, quelli che stanno vivendo già il "eone" che arriverà dopo la Parusia dal Signore.

Come nel testo anteriore, l'espressione "eoni di eoni" si ripete frequentemente nel Nuovo Testamento, e si traduce in forma corrente come "secoli dei secoli”. Significa una successione indefinita di "eoni", quello che si avvicinerebbe al concetto di eternità (vedere Matteo 6,13; Luca 1,33; Galati 1,5; Filippesi 4,20; 2 Timoteo 4,18; 1 Pietro 4,11; Apocalisse 1,6, etc.).

Una delle maggiori confusioni che produce la traduzione di "eone" per "mondo" è quando si parla del "fine dell'eone”, quello che normalmente si esprime come "fine del mondo”.

Vedemmo già nel punto (c) che non esiste l'espressione "fine ("telos"), del mondo ("kosmos"), poiché quello che esprime tutto il Nuovo Testamento è il concetto di "fine dell'età presente" ("eone" attuale).

È proprio quello che insegna Gesù, specialmente nelle parabole sul Regno di Dio. È molto significativa la parabola del seme e la zizzania, perché in essa troviamo le due parole, "kosmos" ed "eone":

Matteo 13,36-43: “Poi Gesù lasciò la folla ed entrò in casa; i suoi discepoli gli si accostarono per dirgli: «Spiegaci la parabola della zizzania nel campo». Ed egli rispose: «Colui che semina il buon seme è il Figlio dell'uomo. Il campo è il mondo (“kosmos”). Il seme buono sono i figli del regno; la zizzania sono i figli del maligno, e il nemico che l'ha seminata è il diavolo. La mietitura rappresenta la fine del mondo (“eone”), e i mietitori sono gli angeli.
Come dunque si raccoglie la zizzania e si brucia nel fuoco, così avverrà alla fine del mondo (“eone”). Il Figlio dell'uomo manderà i suoi angeli, i quali raccoglieranno dal suo regno tutti gli scandali e tutti gli operatori di iniquità e li getteranno nella fornace ardente dove sarà pianto e stridore di denti. Allora i giusti splenderanno come il sole nel regno del Padre loro. Chi ha orecchi, intenda!”

Nella parabola, il campo dove si semina il seme è il "kosmos", cioè, la società umana nel suo insieme, dove c'è seme buono (i figli del Regno), e zizzania (i figli del Maligno), quello che crescerà tutto asieme al presente "eone."

Ma alla fine di questo “eone”, gli angeli comandati dal Figlio dell'uomo raccoglieranno e getteranno fuori da questo "kosmos" a tutti i operatori di iniquità (il Giudizio dei vivi), lasciando preparata l'instaurazione del Regno di Dio terreno.

Si vede chiaro come questa parabola, così correttamente interpretata, ha un significato molto distinto alla temuta e senza speranza "fine del mondo”, come fine di tutto quello creato, che provviene da una traduzione nella quale è dato a "kosmos" ed "eone" lo stesso significato di "mondo."

La medesima cosa succede con la domanda che fanno gli apostoli e discepoli a Gesù, quando questo pronuncia il "discorso escatologico":

Matteo 24,3: “Sedutosi poi sul monte degli Ulivi, i suoi discepoli gli si avvicinarono e, in disparte, gli dissero: «Dicci quando accadranno queste cose, e quale sarà il segno della tua venuta e della fine del mondo (“eone”)».”

È chiaro che il fine del "eone" presente si produrrà in consonanza con la seconda Venuta del Signore. Questo stesso lo espressa San Paolo:

Tito 2,11-13: “È apparsa infatti la grazia di Dio, apportatrice di salvezza per tutti gli uomini, che ci insegna a rinnegare l'empietà e i desideri mondani e a vivere con sobrietà, giustizia e pietà in questo mondo (“eone”), nell'attesa della beata speranza e della manifestazione della gloria del nostro grande Dio e salvatore Gesù Cristo.”

Nel "eone" presente i cristiani aspettano con speranza la Parusia del Signore, vivendo per l’azione della grazia salvatrice di Dio con sobrietà, giustizia e pietà, segni propri del "eone" futuro che si sta aspettando.

Vedremo ora quello che ci rimase in attesa del punto c), che è la relazione tra il concetto biblico di "kosmos" ("mondo"), e quello di "eone" ("età"). Per quello ci serviremo da un testo di San Paolo:

Efesini 2,1-2: “Anche voi eravate morti per le vostre colpe e i vostri peccati, nei quali un tempo viveste alla maniera di questo mondo, seguendo il principe delle potenze dell'aria, quello spirito che ora opera negli uomini ribelli.”

Altre traduzioni scrivono: “secondo lo spirito di questo mondo" o “secondo il corso di questo mondo”. Ma letteralmente il greco esprime: "secondo il "eone" che è questo mondo” ("kosmos"). Quale è il vero significato di questa espressione? È sommamente importante chiarificarlo.

Si identifica a "questo mondo" ("kosmos"), come l'appartenente ad un determinato "eone" o età che è la presente, quella che si vive attualmente. Un po' prima, nella stessa Lettera agli Efesini, troviamo il seguente passo:

Efesini 1,17-21: “Perché il Dio del Signore nostro Gesù Cristo, il Padre della gloria, vi dia uno spirito di sapienza e di rivelazione per una più profonda conoscenza di lui. Possa egli davvero illuminare gli occhi della vostra mente per farvi comprendere a quale speranza vi ha chiamati, quale tesoro di gloria racchiude la sua eredità fra i santi e qual è la straordinaria grandezza della sua potenza verso di noi credenti secondo l'efficacia della sua forza che egli manifestò in Cristo, quando lo risuscitò dai morti e lo fece sedere alla sua destra nei cieli, al di sopra di ogni principato e autorità, di ogni potenza e dominazione e di ogni altro nome che si possa nominare non solo nel secolo (“eone”) presente ma anche in quello futuro.”

Qui si parla del "eone presente" e del "eone futuro"; corrisponde a due espressioni rabbiniche, "olam hazeh" e "olam habd" che designano il tempo che precede la venuta del Messia la prima, ed il tempo messianico la seconda. Gli autori del Nuovo Testamento utilizzano queste espressioni per designare l'attuale tempo storico, e quello che verrà dopo della seconda Venuta di Gesù Cristo.

Pertanto, ritornando all'espressione di Efesini 2,2: "secondo l'eone che è questo kosmos", il suo significato è ora molto ovvio: si riferisce al modo di vivere, allo spirito di coloro che stanno nel mondo presente, premesiánico, del quale Satana è il principe, e non sono entrati nel mondo futuro o mondo cristiano della grazia.

Con questo significato schiarito di "mondo", possiamo capire ora quello che lasciamo esposto alla fine del punto c): a che mondo appartengono i cristiani. È un mondo nuovo, il mondo della grazia, il mondo dell'azione soprannaturale di Dio, offerta come Dono a tutti gli uomini mediante la Redenzione di Gesù Cristo.

Appartengono cioè a questo mondo tutti gli uomini che vivono in stato di grazia, che possiedono la grazia santificante ricevuta nel battesimo (sacramentale o di desiderio), e non l'hanno persa a causa di peccato mortale, o se forse così è successo loro, l'hanno recuperata mediante il sacramento della riconciliazione.

Questi cristiani, nel caso di perseverare nel suo stato di grazia fino alla morte, arriveranno alla gloria del cielo e dell'eternità, benché abbiano potuto avere bisogno previamente dell'ultima purificazione nel Purgatorio. Questo è il Regno di Dio che è già presente nel mondo (cf. Matteo 12,28; Luca 17,20 -21), benché ancora non abbia raggiunto la sua perfezione finale, essendo appena un piccolo e quasi invisibile seme di senape agli occhi di questo mondo, destinato a crescere abbondantemente (vedere “La rivelazione di Gesù sul Regno di Dio per mezzo delle Parabole", punto B.3).

Ma arriverà un giorno che si manifesterà la sua pienezza finita (Regno di Dio celestiale) e con una gran perfezione tra gli uomini (Regno di Dio terreno). Alla luce di questo concetto, possiamo studiare ora il significato di un testo del Vangelo di Giovanni che normalmente è utilizzato per negare l'esistenza di un Regno di Dio terreno:

Giovanni 18, 33-37: “Pilato allora rientrò nel pretorio, fece chiamare Gesù e gli disse: «Tu sei il re dei Giudei?». Gesù rispose: «Dici questo da te oppure altri te l'hanno detto sul mio conto?». Pilato rispose: «Sono io forse Giudeo? La tua gente e i sommi sacerdoti ti hanno consegnato a me; che cosa hai fatto?».
Rispose Gesù: «Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù». Allora Pilato gli disse: «Dunque tu sei re?». Rispose Gesù: «Tu lo dici; io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce».”

Gesù definisce chiaramente, davanti a Poncio Pilato, che Egli è Re, ma che il suo Regno non è di questo mondo ("kosmos"). Molti interpreti prendono il termine "kosmos" come se si riferisse al mondo materiale, alla terra, dicendo che allora le parole di Gesù assicurano che solamente il suo Regno può essere celestiale, quello che elimina di radice qualunque analisi o dottrina rispetto alla possibile esistenza di un Regno di Dio terreno.

Ma per tutto quello sviluppato in questo capitolo sorge, in consonanza col significato della parola "kosmos", che il Signore espressa che Egli non può essere Re dell'attuale mondo che non lo riconosce come Messia, ma solamente lo è nella società umana "messianica", che sono i cristiani che hanno accettato la sua Salvazione e Redenzione, e la vivono più o meno pienamente.

Cristo è pertanto già oggi Re nella Chiesa terrena, e lo sarà con più ragione nel Regno Mileniale, dove una Chiesa purificata e santa, senza la presenza dell'attuale principe del mondo, Satana, governerà ed evangelizzerà a tutto il mondo, in un'età di santità, pace e giustizia non vista mai prima.

Allora rimane chiaro che in nessun modo questo testo di San Giovanni esclude la possibilità di un Regno di Dio terreno con le caratteristiche che sviluppiamo in questo studio, anzitutto afferma la necessità di un profondo cambiamento, come lo espressa Gesù con il termine "palingenesi”:

Matteo 19,27-28: “Allora Pietro prendendo la parola disse: «Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito; che cosa dunque ne otterremo?». E Gesù disse loro: «In verità vi dico: voi che mi avete seguito, nella nuova creazione (“palingenesi”), quando il Figlio dell'uomo sarà seduto sul trono della sua gloria, siederete anche voi su dodici troni a giudicare le dodici tribù di Israele.”

L’espressione "nuova creazione" ("palingenesi" in greco), ha il significato di "ricreazione", benché letteralmente possa significare un ritorno alla vita, e qui Gesù riferisce che questo fatto succederà nel mondo della sua Parusia, "quando sia seduto sul trono della sua gloria" (vedere "La trasformazione dei santi" nel Capitolo 3.D.)

Abbiamo così la strada aperta per sviluppare il tema dall'instaurazione del Regno di Dio tanto nella sua fase terrena come nella celestiale a partire dalla Parusia del Signore.

C) L'instaurazione del Regno di Dio terreno.

1) Il ritorno dei santi accompagnando Cristo.

Il primo avvenimento che inizia l'instaurazione del Regno di Dio è la Parusia, come vedemmo nel capitolo anteriore. Il Signore si presenta nel cielo in forma visibile a tutta l'umanità, in tutta la gloria della sua potenza e divinità, al contrario della sua prima venuta in umiltà totale, senza essere percepito più che per alcuni pastori ed i re maghi.

Si produce il gran combattimento escatologico tra il Signore contro le forze del male, risultante del suo Giudizio sui vivi, con la sconfitta totale degli empi. Allora sorge uno dei punti interrogativi cruciali per definire come sarà l'instaurazione del Regno di Dio terreno: Quale è il destino di Gesù Cristo? O, detto altrimenti, arriva Gesù alla terra e rimane lì, o ritorna al cielo dopo la sua manifestazione gloriosa?

La risposta a queste domande può schiarire le polemiche dottrinali esposte durante buona parte della storia della Chiesa. Continuiamo ad analizzare quello che ci rivela la Sacra Scrittura.

Puntualizziamo già nel Capitolo 6.2 che tutti i passi che descrivono la Parusia parlano sempre di una visione di Cristo glorioso nel cielo, ma in nessuna parte della Bibbia troviamo un riferimento a che il Signore arrivi fino alla terra.

Al contrario, l'unica descrizione dettagliata la dà l'Apocalisse in 21,9-27, ed è che fino alla terra arriva, scendendo dal cielo, da Dio, la Gerusalemme terrena, che secondo vedemmo già anteriormente è la Chiesa formata per i santi che furono rapiti e sollevati all'incontro del Signore.

E allora otteniamo un dato di enorme importanza, come l'analizziamo nel punto A.2 di questo capitolo: nella Gerusalemme terrena che scende dal cielo non si trova la presenza personale visibile di Cristo, solamente la sua luminosa gloria. Invece rimase schiarito che troviamo questa presenza alla Gerusalemme celestiale, dove Gesù Cristo, l'Agnello, occupa il trono vicino al Padre.

Di tutto questo otteniamo la seguente conclusione fondamentale: Gesù Cristo, dopo la sua apparizione nelle nubi nella Parusía, visibile a tutto il mondo e con qualche tipo di comunicazione all'umanità, il cui contenuto e forma ignoriamo, lascerà i santi vivi che l'accompagnarono nella terra, e ritornerà alla Gerusalemme celestiale, assieme agli angeli ed i santi risuscitati.

Lì lo troviamo nella descrizione della Gerusalemme celestiale, e da essa, coi suoi santi risuscitati, governerà al mondo, attraverso i santi vivi che rimangono nella terra, della maniera che vedremo un po' più avanti.

Questo rimane riaffermato per i Vangeli:

Luca 22,28-30: “Voi siete quelli che avete perseverato con me nelle mie prove; e io preparo per voi un regno, come il Padre l'ha preparato per me, perché possiate mangiare e bere alla mia mensa nel mio regno e siederete in trono a giudicare le dodici tribù di Israele.”

Gesù sta parlando agli Apostoli, e conferma loro che saranno insieme a Lui nel Regno di Dio, e che "giudicheranno" al popolo di Dio. Stiamo affermando che questi apostoli saranno resuscitati in quel Regno che si instaura nella Parusia, poiché sono morti già venti secoli fa, ed ancora non arrivò la seconda venuta del Signore, e qui si rivela che mangeranno e berranno. Pertanto è evidente che Gesù, dopo la sua manifestazione nella Parusia, si trova nel Regno Celestiale, coi suoi santi risuscitati.

Anche il Vangelo di Matteo è molto chiaro su questo argomento:

Matteo 19,28: “E Gesù disse loro: «In verità vi dico: voi che mi avete seguito, nella nuova creazione, quando il Figlio dell'uomo sarà seduto sul trono della sua gloria, siederete anche voi su dodici troni a giudicare le dodici tribù di Israele.”

Qui Matteo dice esplicitamente che Gesù è seduto sul suo trono glorioso, e l'accompagnano i dodici apostoli, anche nei suoi troni. Come vedemmo già, il trono dell'Agnello sta solamente nella Gerusalemme Celestiale, dove si trova Gesù coi santi risuscitati, tra cui ci sono, in primo luogo, per logica, i dodici apostoli, dopo la "nuova creazione", cioè, la rinnovazione del mondo e la resurrezione prodotti per la Parusia del Signore.

Rimangono così completamente rifiutate le dottrine sbagliate che situano Gesù, insieme ai suoi santi risuscitati, nel mondo, confusi coi vivi, durante il tempo del Regno milleniale di Cristo nella terra.

Crediamo che ci sia un altro elemento importante al riguardo del giudizio di Cristo che, secondo la terminologia definita fin dall'Antico Testamento si compie nel "Giorno Del Signore" o "Giorno dell'ira del Signore." Il termine "giorno" non è ovviamente mai utilizzato in queste espressioni come qualcosa che ha la durata di un giorno solare, ma esprime sempre un certo lasso di tempo indeterminato.

Ma nella Seconda Lettera di San Pietro abbiamo un'indicazione abbastanza precisa su come interpretare la durata del "Giorno del Signore”, quello che studieremo in dettaglio nel Capitolo 8.C

Vogliamo puntualizzare qui che "il Giorno del Signore", durante il cui decorso si produrrà il giudizio del Signore, durerà per tutto il tempo che esista il Regno mileniale o Regno di Dio terreno, cioè, avrà la durata definita per la frase "mille anni", che come rivela la Seconda Lettera di Pietro, "per il Signore un giorno è come mille anni."

Per completare questa chiara dottrina, ci rimane da spiegare come sarà il governo del Regno di Cristo terreno, e perché può affermarsi che realmente Gesù Cristo regna nella terra, senza essere presente in forma visibile.

2) Il governo del Regno di Dio Terreno.

La Scrittura, tanto nell'Antico come nel Nuovo Testamento rivela che i santi dovranno giudicare al mondo. In questo punto diventa necessario chiarire che il termine "giudicare" è utilizzato nella Bibbia in una forma più ampia del senso giuridico dell'attuazione di un giudice, ma implica anche le facoltà di governo, che solitamente si univano nei re o capi.

Precisamente nell'Antico Testamento il Libro dei Giudici ci presenta a questi uomini che, col titolo di “giudici” “liberavano i figli dell’Israele dalle mani di quelli che li spogliavano” (Giudici 2,16). In ebreo il verbo "safat" vuole dire "giudicare", ma anche "governare", e questi giudici, suscitati per il Signore, avevano come funzione principale quella di essere liberatori, vincendo i nemici dell'Israele.

San Paolo rivela anche questa funzione dei santi:

1 Corinzi 6,1-2: “V'è tra voi chi, avendo una questione con un altro, osa farsi giudicare dagli ingiusti anziché dai santi? O non sapete che i santi giudicheranno il mondo? E se è da voi che verrà giudicato il mondo, siete dunque indegni di giudizi di minima importanza?”

Si esprime in questo testo che i santi giudicheranno al mondo, senza fare distinzione tra i santi morti e risuscitati che si trovano nella Gerusalemme Celestiale ed i santi vivi che furono rapiti e sono ritornati col Signore.

Molto più esplicita è la parabola di Luca sulle mine, riferita al Regno di Dio che si instaurerà nella Parusia che studiamo già nel Capitolo 3:

Luca 19,15-19: “Quando fu di ritorno, dopo aver ottenuto il titolo di re, fece chiamare i servi ai quali aveva consegnato il denaro, per vedere quanto ciascuno avesse guadagnato. Si presentò il primo e disse: Signore, la tua mina ha fruttato altre dieci mine. Gli disse: Bene, bravo servitore; poiché ti sei mostrato fedele nel poco, ricevi il potere sopra dieci città. Poi si presentò il secondo e disse: La tua mina, signore, ha fruttato altre cinque mine. Anche a questo disse: Anche tu sarai a capo di cinque città.”

Questo passo può prendersi in forma allegorica o simbolica, ma nel contesto che stiamo studiando nulla ostacola che lo consideriamo in forma letterale, nel senso che questi santi che fecero fruttare i doni ricevuti staranno governando diverse città nella terra dopo la Parusia.

San Matteo, nella Parabola dei Talenti, espressa che il Signore “le darà autorità su molto” ad i riferiti servi, quello che implica anche il senso che darà loro una responsabilità di importanza, probabilmente di governo.

Nell'Antico Testamento si trovano ugualmente riferimenti al governo dei santi nel Regno di Dio:

Daniele 7,21-22: “Io intanto stavo guardando e quel corno muoveva guerra ai santi e li vinceva, finché venne il vegliardo e fu resa giustizia ai santi dell'Altissimo e giunse il tempo in cui i santi dovevano possedere il regno.”

Sapienza 3,1-8: “Le anime dei giusti, invece, sono nelle mani di Dio, nessun tormento le toccherà. Agli occhi degli stolti parve che morissero; la loro fine fu ritenuta una sciagura, la loro partenza da noi una rovina, ma essi sono nella pace. Anche se agli occhi degli uomini subiscono castighi, la loro speranza è piena di immortalità. Per una breve pena riceveranno grandi benefici, perché Dio li ha provati e li ha trovati degni di sé: li ha saggiati come oro nel crogiuolo e li ha graditi come un olocausto. Nel giorno del loro giudizio risplenderanno; come scintille nella stoppia, correranno qua e là. Governeranno le nazioni, avranno potere sui popoli e il Signore regnerà per sempre su di loro.”

Si prospetta qui un concetto di resurrezione delle anime dei giusti, e che essi giudicheranno alle nazioni e domineranno ai popoli. Ancora non si fa nessuna distinzione tra le due fasi del Regno di Dio, il terreno ed il celestiale.

Ma la rivelazione biblica più chiara sul governo del mondo per i santi, e le circostanze che lo circondano, la dà il Libro dell'Apocalisse:

Apocalisse 20,1-4a: “Vidi poi un angelo che scendeva dal cielo con la chiave dell'Abisso e una gran catena in mano. Afferrò il dragone, il serpente antico - cioè il diavolo, satana - e lo incatenò per mille anni; lo gettò nell'Abisso, ve lo rinchiuse e ne sigillò la porta sopra di lui, perché non seducesse più le nazioni, fino al compimento dei mille anni. Dopo questi dovrà essere sciolto per un po' di tempo. Poi vidi alcuni troni e a quelli che vi si sedettero fu dato il potere di giudicare. Vidi anche le anime dei decapitati a causa della testimonianza di Gesù e della parola di Dio, e quanti non avevano adorato la bestia e la sua statua e non ne avevano ricevuto il marchio sulla fronte e sulla mano.”

Si narra qui in forma di visione profetica gli avvenimenti che trascorrono dopo l'annichilazione dell'impero dell'Anticristo e di tutti quelli che non sono destinati a sopravvivere alla gran tribolazione. Il primo evento è quello che si conosce come "l'incatenamento di Satana", e consiste nel fatto che Dio cancella il suo permesso affinché il Diavolo possa agire sugli uomini con la sua tentazione.

Si presenta la scena di un angelo poderoso, che potrebbe essere l'Arcangelo San Michele, chi aveva lottato già col Diavolo e l'aveva precipitato dal cielo alla terra (Apoc. 12,7-9), che discende dal cielo ed incatena Satana, rinchiudendolo nell'abisso.

In questo brano troviamo le due prime menzioni del periodo di "mille anni" delle cinque che presenta il capitolo 20. Satana rimane impedito nel suo azionare sugli uomini, consistente in sedurre o tentare alle nazioni, per un periodo di mille anni. Risulta ovvio da questa espressione che ci saranno nazioni nei cosidetti “mille anni”, per quello che si sta parlando del mondo terreno.

D’ogni modo bisogna pensare che possibilmente questa non sia una cifra esatta in anni, ma esprime un tempo lungo, un periodo importante nella storia umana. Dopo questo intervallo Satana sarà liberato nuovamente, come si rivela in Apoc. 20,7. Finisce il passo che stiamo esaminando con una frase abbastanza oscura: "Poi vidi alcuni troni e a quelli che vi si sedettero fu dato il potere di giudicare".

La maggioranza dei commentatori dell'Apocalisse trovano gran difficoltà in questo breve paragrafo, ma alla luce di quello che veniamo sviluppando si può interpretare con abbastanza facilità e certezza. Ci sono "troni", che nella concezione dell'epoca significano il posto dove si siedono quelli che governano e giudicano, e ci sono persone che occupano quelli troni, ed “è data loro" la potestà di giudicare.

La cosa importante è individualizzare chi sono questi che ricevono tale potestà, e chi è quello che gliela dà. Se consideriamo che questa visione è chiaramente continuazione dell'anteriore, dove si produce il trionfo di Cristo, con una rappresentazione plastica degli avvenimenti prodotti cuando si versa il flagello della settima coppa, dobbiamo fermarci nei personaggi che troviamo lì, per riconoscere a coloro che stiamo cercando.

Vediamo che il centro della scena l'occupa Gesù Cristo, chi cavalca assieme all'esercito celestiale, composto, come vedemmo prima alla fine del Capitolo 6, per i santi vivi rapiti, i santi risuscitati e gli angeli. Allora, il riferimento che “si sedettero nei troni" corrisponderebbe ai santi vivi, e colui che diede loro il potere di giudicare non può essere un altro che lo stesso Gesù Cristo.

Questo l'avalla il testo che segue:

Apocalisse 20,4b-6: “Essi ripresero vita e regnarono con Cristo per mille anni; gli altri morti invece non tornarono in vita fino al compimento dei mille anni. Questa è la prima risurrezione. Beati e santi coloro che prendon parte alla prima risurrezione. Su di loro non ha potere la seconda morte, ma saranno sacerdoti di Dio e del Cristo e regneranno con lui per mille anni.”

Appena ora, dopo gli successi anteriori, si rivela la sorte dei santi morti che resuscitano nella prima resurrezione e fanno anche parte del corteo del Signore nella sua Parusia: "regnarono con Cristo per mille anni", cioè, stanno alla Gerusalemme celestiale con Gesù, e non nella terra come gli anteriori.

Nel Capitolo 3.C.2 commentiamo questo passo, dove si rivela che ci sarà una prima resurrezione, di santi morti, già sia di martiri ("decapitati"), o di coloro che resisterono il dominio dell'Anticristo, i quali equivalgono nella storia della Chiesa agli denominati per San Paolo "quelli che sono di Cristo" (1 Corinzi 15,23).

Centriamo ora la nostra attenzione nelle azioni che svolgeranno questi santi risuscitati. Ci rivela questo testo che "regnarono con Cristo per mille anni", e che "saranno sacerdoti di Dio e del Cristo." Se Cristo si trova nella Gerusalemme o Chiesa Celestiale, allora anche questi santi risuscitati stanno lì. E ci domandiamo ora: su chi regnano? Per rispondere a questa domanda dobbiamo tornare a guardare la situazione nella terra.

Ci troviamo nel mondo posteriore alla Parusia, dove la Chiesa possiede lo splendore dei santi che la formano, "presentati" all'umanità, per così dirlo, per lo stesso Gesù nella manifestazione della sua gloria, e che sono facilmente identificati per lo splendore o aureola che li avvolge, come lo commentiamo nel Capitolo 4.B.4 "Chiesa di Tiátira.

Ricordiamo che questi santi sono quelli che si fecero, per la sua condotta, meritevoli alle ricompense che promette loro Gesù nelle lettere alle sette Chiese che, come vedemmo opportunamente, rappresentano l’insieme della Chiesa degli ultimi tempi.

Questi premi non sono ricompense distinte, ma formano l'insieme di una sola retribuzione che ha due componenti distinti, uno terreno ed altro celestiale. Si riferiscono esclusivamente ai santi vivi che si trovano nella terra al momento della Seconda Venuta.

Allo stesso modo non bisogna compiere con una sola delle condizioni che stabilisce ogni lettera, ma bisogna abbracciare l'insieme di esse.

Presentiamo a modo di quadro questi premi o ricompense:

* Ricompense terrene:

Lettera 3, Pérgamo: saranno degni di ricevere l'Eucaristia (manna nascosta). Dato che la stessa è abolita dall'Anticristo, ed soltanto sarà restaurata nella Gerusalemme terrena o Chiesa terrena, questa promessa implica ritornare alla terra e partecipare al Regno di Cristo nel mondo. Riceveranno anche la missione che dovranno svolgere in quella Chiesa (nome nuovo nella pietra bianca).

Lettera 4, Tiàtira: Avranno potere sulle nazioni e li dirigeranno con scettro di ferro. Riceveranno l'astro dell'alba, l'aureola luminosa che li distinguerà del resto dell'umanità.

Lettera 5, Sardi: Riceveranno le bianche vesti della santità nella Seconda Pentecoste, per condividere le Nozze dell'Agnello e ritornare alla terra insieme a Cristo.

Lettera 6, Filadelfia: saranno rapiti e preservati dell'ora della prova.

* Ricompense celestiali:

Tutte si riassumono in un'unica: ricevono la confermazione in grazia. È importante ricordare qual’è il significato teologico della "confermazione in grazia." Per questo argomento ricorrerò ad alcuni concetti che sviluppa il P. Royo Marín in "Teologia della Perfezione Cristiana."

San Giovanni della Croce, nel "Cantico spirituale" 22,3 afferma che quando nella contemplazione infusa si arriva al massimo grado di unione con Dio, il chiamato "matrimonio spirituale", “questo stato non accade mai senza che l'anima riceva la confermazione in grazia, perché si conforma la fede di entrambi, confermandosi qui quella di Dio nell'anima. Risulta allora che questo è il più alto stato a che può arrivarsi in questa vita.”

Bisogna cercare di capire il significato della confermazione in grazia in tutte le sue portate, che si basa su questi punti:

1°) Non si tratta di vera impeccabilità intrinseca, cosa impossibile in questa vita

2°) Si tratta di un'assistenza speciale di Dio, che, senza tornare all'anima impeccabile, ostacolerà in realtà che pecchi mortalmente.

3°) Questa assistenza speciale si riferisce unicamente al peccato mortale, non ai peccati veniali, niente affatto alle imperfezioni, poichè richiederebbe un privilegio molto speciale che solos consta che fu ricevuto dalla Vergine María.

Pertanto, le promesse dei premi celestiali fatte ai santi vivi rapiti e ritornati alla terra con Gesù sono valide ricevendo la confermazione in grazia, poiché, alla sua morte, avranno assicurato il destino di arrivare alla Gerusalemme Celestiale.

Lettera 1, Efeso: Gli darò di mangiare dell'albero della Vita che sta nel Paradiso di Dio.

Lettera 2, Smirna: Il vincitore non sarà raggiunto per la seconda morte, ma resusciterà per salvazione.

Lettera 5, Sardi: riceveranno la resurrezione, poiché staranno nel libro della Vita.

Lettera 6, Filadelfia: saranno colonna nel santuario di Dio (Gerusalemme Celestiale) ed avranno il nome della Nuova Gerusalemme.

Lettera 7, Laodicèa: Condivideranno la stessa vita divina di Gesù Cristo, quello che significa "sedersi presso di Lui, sul suo trono della Gerusalemme celestiale”.

È cosicché troviamo una Chiesa di gran santità che dovrà governare ed evangelizzare un mondo nel quale ci sono cristiani e pagani. Precisamente nella descrizione della Gerusalemme terrena che scende dal cielo in Apocalisse 21,16 troviamo in forma simbolica descritta la potenza che ha dato Dio a questa sua nuova Chiesa per arrivare a tutti gli confini del mondo.

Lì si dice che questa Gerusalemme che scende dal cielo ha la forma di un cubo, i cui lati misurano 12.000 stadi, che equivalgono in cifre rotonde a 2.200 chilometri. Anche questa dimensione ha dato molto lavoro agli esegeti per potere spiegarla, ma crediamo che il suo simbolismo è molto semplice e chiaro: la Gerusalemme terrena, cioè la Chiesa nel Regno di Dio terreno, avrà, in prima istanza, un'influenza simbolizzata per la luce divina che irradia, che raggiungerà tutto il mondo.

Possiamo fare una prova molto semplice che ci convincerà di questo: prendiamo un planisfero e tagliamo nella sua stessa scala un quadrato di 2.200 chilometri di lato, e lo andiamo ubicando in differenti posizioni sulla carta geografica, con alcuna parte della sua superficie sopra la città di Gerusalemme.

Vedremo che possiamo ottenere un'ubicazione che abbraccerà praticamente tutto il mondo conosciuto in quell'epoca, da Roma, passando per la Grecia ed Asia Minore, coprendo Pisidia, Bitinia, Cappadòcia, Siria, Mesopotamia ed il nord dell'Africa, comprendendo Egitto, Libia e Cirène.

Ovviamente questo studio possiamo sofisticarlo utilizzando, per esempio, Google Map, ed arriveremo allo stesso risultato. Di questa maniera rimane chiaro il significato di questa enorme dimensione: l'influenza di Gerusalemme "raggiunge" i confini del mondo conosciuto allora, copre tutti i popoli e nazioni dell'orbe.

Ma abbiamo un altro aspetto dimensionale sommamente importante: la città, in realtà, è un cubo, che ha anche un'altezza di 2.200 chilometri. Teniamo in conto i seguenti dati che ovviamente gli antichi ignoravano completamente: la prima cappa dell'atmosfera terrestre, la stratosfera, arriva fino ai 50 chilometri di altezza; quindi gli segue la mesosfera che arriva fino a 80/90 Km, e la termosfera che si prolunga fino a circa 600/800 km di altezza.

Soltanto più in alto ci troviamo con l'esosfera, che raggiunge un'altitudine di circa 2.000 chilometri; in questa cappa dell'atmosfera i gas si disperdono a poco a poco fino a che la sua composizione è simile a quella dello spazio interplanetario, dove esiste praticamente il vuoto.

Con questo ci rendiamo conto di che enorme è l’altezza della Gerusalemme terrena, e l'unico significato simbolico possibile è che, per l'epoca in cui fu scritto l'Apocalisse, si considerava che quell'altezza arrivava fino al cielo, fino alla dimora di Dio. Cioè, altrimenti, questo significa che la Chiesa terrena è unita con la Chiesa celestiale, c'è una comunicazione diretta tra i due stati della Chiesa.

In questa unione, o, per spiegarlo con più proprietà teologica, in questa comunione, risiede la spiegazione della domanda che abbiamo fatto più dietro, rispetto ai santi risuscitati che si trovano alla Gerusalemme celestiale e regnano con Cristo per mille anni: su chi regnano?

La risposta è molto semplice: regnano sul Regno di Dio terreno, governato per la Chiesa terrena, durante i "mille anni" della sua durata. E compiono anche una funzione sacerdotale, cioè, sono mediatori tra gli uomini e Dio, offrendo suppliche e preghiere per le necessità degli abitanti della terra.

Questa funzione di regnare, essendo sacerdoti di Dio, la realizzano a partire del mistero della "comunione dei santi”. Vediamo con un certo dettaglio questo tema, perché è cruciale per potere spiegare il significato dell'instaurazione del Regno di Dio dopo la Parusia, nei suoi due stati differenti di "Regno di Dio terreno” e "Regno di Dio celestiale”, e comprendere perché Cristo è Re e governa, coi suoi santi, entrambe le realtà del suo Regno.

La "comunione dei santi” si spiega comunemente di questa maniera: per essere la Chiesa il Corpo Mistico di Gesù Cristo, esiste tra tutti i suoi membri un'unione intima e profonda che è quello che si denomina "comunione dei santi”. Questo è un dogma, una verità di fede cattolica.

In questo dogma, il termine "santi" deve intendersi del senso più ampio, poiché designa in primo luogo ai santi che si trovano già nella gloria del cielo, formando la Chiesa celestiale o trionfante, dopo a quelli che passano per l'ultima purificazione prima di entrare al cielo, nel Purgatorio (Chiesa Purgante), ed ai santi che stanno ancora nella terra in lotta permanente col peccato e la tentazione (Chiesa Militante).

Il Concilio Vaticano II, nella Costituzione "Lumen gentium" dà chiare precisioni su questo dogma di fede cattolica:

* Si entra solo nella comunione dei santi stando in stato di grazia:

N° 49: “Tutti però, sebbene in grado e modo diverso, comunichiamo nella stessa carità verso Dio e verso il prossimo… Tutti infatti quelli che sono di Cristo, avendo lo Spirito Santo, formano una sola Chiesa e sono tra loro uniti in lui”.

Vivere in una “stessa carità" e "essere di Cristo per possedere il suo Spirito" significano chiaramente stare in stato di grazia.

* La "comunione dei santi” stabilisce una comunione di beni spirituali ed un'azione di alcuni a beneficio di altri:

N° 49. “L'unione quindi di quelli che sono ancora in cammino coi fratelli morti nella pace di Cristo non è minimamente spezzata; anzi, secondo la perenne fede della Chiesa, è consolidata dallo scambio dei beni spirituali”

* C'è anche un'azione dei beati in favore del Corpo di Cristo:

N° 49: “A causa infatti della loro più intima unione con Cristo, gli abitanti del cielo rinsaldano tutta la Chiesa nella santità, nobilitano il culto che essa rende a Dio qui in terra e in molteplici maniere contribuiscono ad una più ampia edificazione (cfr. 1 Cor 12,12-27). Ammessi nella patria e presenti al Signore (cfr. 2 Cor 5,8), per mezzo di lui, con lui e in lui non cessano di intercedere per noi presso il Padre… La nostra debolezza quindi è molto aiutata dalla loro fraterna sollecitudine.”

È di capitale importanza il principio che si stabilisce in virtù del quale è efficace l'aiuto dei beati nel cielo ai membri della Chiesa terrena: “sono più intimamente uniti a Cristo."

Dobbiamo esaminare ora questo concetto alla luce della resurrezione dei santi, e per questo obbiettivo cercherò di appoggiarmi sull'eccellente opera del P. Candido Pozo, "Teologia del al di là”, e nel documento della Commissione Teologica Internazionale di 1990, "Alcune questioni rispetto all'escatologia."

Il primo punto teologico fondamentale a tenere in conto è la differenza tra lo stato intermedio dell'anima separata del corpo, e la resurrezione, nella quale l'anima ritornerà ad unirsi al corpo. Come vedemmo già questo succederà nei santi in un momento determinato della storia umana conosciuto come la "fine dei tempi”, in consonanza con la Parusia o seconda Venuta di Cristo.

Dall'inizio la dottrina cattolica accettò questi due stati, avendo chiaro che il primo era un stato ancora imperfetto. Vediamo alcune definizioni del documento citato della Commissione Teologica Internazionale che c'aiuteranno:

"La differenza fondamentale tra l'uomo e le altre creature si manifesta nella sua tendenza innata alla felicità, provocando che l'uomo odi e respinga l'idea di un annichilimento totale della sua persona.
Dato che l'antropologia cristiana include una dualità di elementi, lo schema corpo-anima, che possono separarsi in modo che uno di essi, la "anima spirituale ed immortale", sussista e sopravviva separatamente, a volte fu accusata di dualismo platonico...
Come nella tradizione cristiana lo stato di sopravvivenza dell'anima dopo la morte non è definitivo né ontológicamente supremo, bensì, al contrario, "intermedio" e transitorio e diretto finalmente verso la resurrezione, l'antropologia cristiana ha caratteristiche che gli sono assolutamente proprie ed è differente della molto conosciuta antropologia dei platonici...

Sant'Agostino espressa chiaramente il pensiero comune dei Padri scrivendo, a causa dell'anima separata: "Una specie di ardente desiderio naturale per governare il corpo è inerente all'anima... Mentre non si sia riunito col corpo, quell'ardente desiderio non sarà soddisfatto" (Sant’Agostino, De generi ad litteram, 12,35)

Anche San Tommaso deduce che nell'anima separata esiste una tendenza verso il corpo, cioè, verso la resurrezione: "È evidente che l'anima si unisce naturalmente al corpo e che si separa da lui contro la sua natura, e "per accidens." Per quel motivo, l'anima privata del corpo, mentre si trova senza lui, è imperfetta". (San Tommaso, “Super primam epistolam ad Corinthios”, c 15, lect 2)

Ugualmente lo stato intermedio si concepisce come transitorio, senza dubbio desiderabile per l'unione che implica con Cristo, ma in maniera tale che la speranza suprema sia sempre la resurrezione dei corpi Bisogna aggregare inoltre che nel cristianesimo detta riunione, dei fratelli in Cristo, raggiunge la sua cuspide alla fine della storia, quando gli uomini sono condotti per la resurrezione alla sua realtà esistenziale piena, perfino corporale... Così la vita è diretta verso la comunione con Cristo dopo la morte che già si raggiunge nello stato di anima separata, stato senza dubbio ontológicamente imperfetto ed incompleto.”

In tutto quello esposto sopra si trova un'idea centrale, presente nella Chiesa fin dai Padri: l'anima separata, anche se è in presenza di Dio, vive un stato ontológicamente imperfetto, "desiderando ardentemente” tornare a riunirsi col suo corpo, più ancora tenendo in conto che l'anima "sa" che questo sarà un corpo glorificato e trasformato, destinato a vivere eternamente nel "nuovo cielo e nuova terra".

Se lo stato dell'anima separata non è ancora perfetto, allora che cosa aggiunge il fatto della resurrezione? Seguiamo la spiegazione che dà il P. Candido Pozo:

"Nella prima metà del Secolo XIII si fa strada la tendenza -che è stata dopo prevalente fino a tempi recenti- a stimare fortemente l'escatologia intermedia e poco la finale, in quanto a che si comincia ad interpretare la resurrezione gloriosa come qualcosa che apporta solo una nuova gioia accidentale al giusto già pienamente felice nello stato dell'escatologia Intermedia. La beatitudine nell'escatologia intermedia è senza dubbio già piena in quanto a che è visione faccia a faccia di Dio, e non un certo principio di retribuzione.

Ma, se la cosa nuova che ci sarà data col giudizio finale è una gioia accidentale, l'importanza di quell'avvenimento è in sé stessa accidentale; la resurrezione ottiene, in questa prospettiva, un rilievo accidentale nell'insieme della dottrina escatologica. E, tuttavia, un'importanza accidentale della resurrezione non spiegherebbe l'insistenza e l'enfasi con che la Scrittura ed i Padri si riferiscono a quell’ "giorno del Signore”.

Sembra che l'unica maniera di stimare debitamente l'escatologia finale sia supporre che per la resurrezione si dia un aumento intensivo di quello che è sostanziale della beatitudine; cioè, un aumento intensivo della visione di Dio, un aumento intensivo dello stesso possesso di Dio.

Tale teoria rappresenta non pochi vantaggi; basta segnalare qui un riferimento mariológico: se la resurrezione dà un aumento intensivo del possesso beato di Dio e non solo una gioia accidentale, appare il profondo senso religioso del dogma dell'Assunzione; la glorificazione corporale sarebbe stata data a María in quanto che per essa si dà il più perfetto possesso di Dio per la Vergine...

In sintesi, crediamo che una valutazione equilibrata delle due fasi dell'escatologia implicasse affermare che la resurrezione apporta non solo un godimento accidentale al felice, bensì un più intimo possesso di Dio.””

Abbiamo trascritto questo testo, al quale aderiamo pienamente, per lasciare bene in chiaro che l’aiuto dei santi risuscitati alla Chiesa terrena, a partire dalla "Comunione dei santi” è indubbiamente molto maggiore di quello che esiste oggi mentre stanno nello stato intermedio di anime separate.

Questo fatto è la base a partire dalla quale questi santi cittadini della Gerusalemme celestiale, alle ordine del Re di Re, sono gli strumenti per il governo della Gerusalemme terrena, durante il periodo conosciuto come "il millennio", secondo lo puntualizza il Capitolo 20 dell'Apocalisse.

Questo ausilio, la cui base è l'intercessione, e che "Lumen Gentium" N° 50 riassume nel fatto che "rivolgiamo loro supplici, invocazioni e ricorriamo alle loro preghiere e al loro potente aiuto", vedemmo che è possibile perché i santi beati “sono più intimamente uniti a Cristo" (N° 49), unione che avrà un aumento intensivo a partire dalla resurrezione dei corpi.

Ma affinché questa azione dei santi risuscitati sia efficace dobbiamo guardare anche la condizione spirituale di coloro che si trovano nella Chiesa terrena. La Teologia Ascetica e Mistica ci definisce che la crescita spirituale, o crescita nella perfezione cristiana o nella santità, che sostanzialmente si riferiscono alla stessa cosa, possiede una caratteristica distintiva che permette di conoscere il suo grado di avanzamento, che è l'apertura crescente alle mozioni dello Spirito Santo, cioè alle ispirazioni della grazia divina, quello che produce come risultato una percezione sempre più sicura di quale è la volontà di Dio per ognuno, ed una maggiore facilità per compierla.

Detto altrimenti, lo sviluppo della grazia santificante nel credente, dono di Dio, si produce altrettanto con l'aiuto divino, dato per le nuove facoltà soprannaturali innestate nell'anima del cristiano per il battesimo (virtù infuse e doni dello Spirito Santo), quelle che gradualmente permettono di "divinizzare" l'azione dell'intelligenza e volontà umane.

L'intelletto comincia a "captare" ogni volta con più chiarezza le mozioni che vengono dall’alto (contemplazione infusa), e la volontà si presenta a sua volta con docilità sempre maggiore agli impulsi della carità, quello che porta nel suo insieme, come puntualizzavamo più su, alla conoscenza della volontà di Dio ed al suo perfetto compimento (con le limitazioni del cristiano che stando ancora in questa terra non è impeccabile, come lo sarà nel cielo).

È allora quando ha effetto la preghiera più importante del cristiano: "sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra."

Se assumiamo che dopo la Parusía troveremo un mondo che oramai non starà sotto l'azione tentatrice di Satana e la sua corte di demoni, e che avrà una Chiesa santa, vedremo che ella spingerà anche ad una santità elevata ad un'umanità composta per cristiani e pagani che avranno affrontato il giudizio dei vivi e saranno sopravvissuti.

Di questa maniera non solo i santi che governeranno al mondo bensì molti altri avranno non solo la sufficiente apertura spirituale per accedere facilmente "alle loro preghiere e al loro potente aiuto" dei santi intercessori nel cielo, dando vita ad una "comunione dei santi” rinnovata e vigorosa.

Richiama l'attenzione come nei messaggi della Vergine María al P. Gobbi (vedere l'articolo “I messaggi di María al P. Gobbi e la seconda Venuta di Gesù Cristo”), si indica molte volte che ci sarà una rinnovata esperienza della comunione dei santi.

C'è un altro aspetto sommamente importante relazionato con la forma in che Cristo "regnerà" nel suo Regno terreno, che è il riferito alla sua presenza Eucaristica nel mondo. Col ritorno alla terra assieme a Gesù nella Parusia della Chiesa rapita al cielo, che l'Apocalisse presenta simbolicamente come la discesa alla terra della Gerusalemme terrena, Sposa di Cristo dopo delle Nozze dell'Agnello (secondo quello descritto nel Capitolo 3 ed in questo Capitolo), tornerà ad instaurare la messa e la consacrazione del pane e del vino, con quello che ritornerà non soltanto il sacramento dell'Eucaristia, ricevuta nella comunione per i cristiani, ma anche l'adorazione a Gesù Sacramentato.

Precisamente molti dei messaggi di María al P. Gobbi parlano di una gran rifioritura dell'adorazione eucaristica dopo della Seconda Venuta di Gesù Cristo (vedere “I messaggi di María al P. Gobbi e la Seconda Venuta di Gesù Cristo”).

Nel messaggio del 14/06/1979, ricevuto in Garabandal, Spagna, la Vergine dice:

“Il suo regno glorioso risplenderà soprattutto nel trionfo di Gesù Eucaristia, perché l'Eucaristia tornerà ad essere il cuore ed il centro di tutta la vita della Chiesa”.

Precisamente l'adorazione del Santissimo Sacramento è una fonte enorme di grazie per il cristiano, e si costituisce in un mezzo sommamente efficace per aprirsi alle mozioni divine, come lo espressa San Giovanni:

Giovanni 7,37-39: “Nell'ultimo giorno, il grande giorno della festa, Gesù levatosi in piedi esclamò ad alta voce: «Chi ha sete venga a me e beva chi crede in me; come dice la Scrittura: fiumi di acqua viva sgorgheranno dal suo seno». Questo egli disse riferendosi allo Spirito che avrebbero ricevuto i credenti in lui: infatti non c'era ancora lo Spirito, perché Gesù non era stato ancora glorificato.”

Dal seno di Gesù glorificato sorgono i fiumi di acqua viva che rappresentano allo Spirito Santo che è dato ai credente. Nel Santissimo Sacramento si trova la presenza reale di Cristo glorificato, in corpo, sangue, anima e divinità, per quello che questa Parola si realizza interamente per ogni fedele che piega le sue ginocchia davanti alla presenza eucaristica di Gesù ed apre la sua mente ed il suo cuore con umiltà all'azione della grazia divina.

Anche questa azione che trasforma e santifica la troviamo espressa con chiarezza in un altro messaggio della Santa Vergine al Padre Gobbi, del 21/08/1987:

"Perché nell'Eucaristia, Gesù è realmente presente, rimane sempre con voi, e questa presenza si farà sempre di più forte, risplenderà sul mondo come un sole, e segnalerà il principio della nuova era.
La venuta del Regno glorioso di Cristo coinciderà col maggiore splendore dell'Eucaristia. Cristo instaurerà il suo Regno glorioso col trionfo universale del suo Regno Eucaristico, che si svilupperà con tutta la sua potenza, ed avrà la capacità di cambiare i cuori, le anime, le persone, le famiglie, la società, la stessa struttura del mondo.”

Non c'è dubbio che Gesù, dal Santissimo Sacramento, "regnerà" in forma reale e corporale nel Regno di Dio terreno, e produrrà la trasformazione interna dei cristiani, in primo luogo, il cui effetto sarà dopo quello di instaurare un mondo rinnovato pieno di pace, giustizia ed amore.

Un ultimo aspetto che desideriamo puntualizzare in quanto al governo del Regno di Dio terreno per i santi, che incomincerà coi santi rapiti che ritorneranno alla terra, è la forma in cui si porterà a termine lo stesso. Non ci sono molte indicazioni nella Scrittura.

Il riferimento più importante corrisponde all'esegesi fatta nel Capitolo 3.B.1 sulla figura di Apocalisse 11,4 (i due testimoni caratterizzati come quelli due olivi menzionati in Zaccaria 3 e 4), dove concludiamo che i rapiti al cielo che ritornano per prendere il governo terreno, ostenteranno tanto il potere politico come il religioso, benché ovviamente sarà un'assoluta teocrazia, poiché essi non saranno più che strumenti e rappresentanti del vero Re, Gesù Cristo.

D) Senso del Regno di Dio terreno.

Avendo contemplato fino qui gli avvenimenti mediante i quali si instaurerà il Regno di Dio nella sua fase terrena, anche chiamato il "Regno millenario", che crediamo che chiariscono le polemiche e discussioni su questo, senza opporsi a nessuno nei dogmi di fede cattolica (Vedere Capitolo 10), è importante esaminare la sua realtà da un altro punto di vista, che sempre tengono in conto i teologi e gli esegeti: le ragioni di convenienza della sua esistenza.

Sebbene questa analisi non apporta nuovi dati rivelati, a partire dalla cui esegesi si possa definire l'interpretazione di avvenimenti che avallano l'instaurazione del Regno di Dio terreno, è complementare di tutto quello già esposto, e rinforza con ragioni teologiche quello che fu affermato prima.

Queste ragioni di convenienza sono due principali:

1) Il grado di gloria eterna dei salvati.

C'è un aspetto sommamente importante della dottrina escatologica cattolica che è preso in generale molto poco in conto, quello che fa che si abbia una comprensione molto povera, e perfino distorta, del senso della salvezza eterna: è quello che si riferisce al grado di felicità dei beati.

Affinché questo concetto possa captarsi in tutta la sua ampiezza, percorreremo tutto il cammino dottrinale che ci farà sboccare in esso. La prima cosa che dobbiamo affrontare è un punto interrogativo cruciale: quale è stato il proposito di Dio per creare l'uomo? L'esponiamo succintamente (per maggiore dettaglio vedere il nostro libro “La piena vita cristiana", Capitolo 1).

Dio che è amore pieno e perfetto, vuole condividere la sua vita divina e le sue infinite perfezioni con esseri che Egli crea, gli uomini, e così lo porta a termine col primo uomo e la prima donna nel Paradiso. Persa questa intimità con Dio per il peccato, l'uomo inizierà una faticosa tappa per ritornare alla intimità iniziale con il suo Creatore.

Dopo di un lungo processo di rivelazione ed avvicinamento alle sue creature, che conosciamo come il periodo dell'Antico Testamento, arriverà l'inizio della pienezza dei tempi, con la prima Venuta al mondo di Gesù Cristo, in umiltà e povertà.

Si inaugureranno i tempi della Redenzione e Salvazione del genere umano, dove, per il dono soprannaturale della grazia, la creatura tornerà ad avere aperto il libero accesso alla presenza di Dio, nel cielo, dopo del suo passo terreno, che costituisce il tempo nel quale dovrà optare nella sua libertà per accettare il dono del suo Creatore, ricevuto per i meriti di suo Figlio Gesù Cristo.

Gli uomini che, docili alle ispirazioni della grazia, ottengano l'accesso al cielo, già sia in forma diretta morendo in santità piena, o dopo della necessaria purificazione, se sono rimasti con peccati o colpe senza remissione, compieranno con il proposito del suo Creatore quando diede loro la vita, che consiste in che vivano come i suoi figli adottivi nell'eterna beatitudine della sua presenza.

L'elemento fondamentale del cielo è precisamente la visione di Dio “a faccia a faccia” (1 Cor. 13,12), denominata visione beatifica, quella che produce la felicità completa dei beati, poiché di quella visione che implica contemplare l'essenza stessa di Dio, i suoi attributi e perfezioni, nascono l'amore ed la gioia di Dio (può ampliarsi questo tema in “La piena vita cristiana” Parte 2, Cap. 6).

Questa visione intuitiva di Dio è, pertanto, una realtà soprannaturale e sta al di sopra dell'intelletto umano. Si ha bisogno di un aiuto soprannaturale speciale affinché l'intelletto possa "vedere" intuitivamente a Dio; a questo aiuto divino se lo denomina "luce di gloria" ("lumen gloriae"), che è un dono soprannaturale che risiede nell'intelletto. L'esistenza e necessità della "luce di gloria" è una verità di fede divina e cattolica.

Quello che ha un'enorme importanza è il fatto che questa capacità soprannaturale costituita per la "luce di gloria" dipende dal grado di crescita della carità ottenuto nella vita terrena, che equivale alla crescita in grazia, o, detto di un'altra forma, del grado di santità raggiunto nel momento della morte.

Sorge allora una conseguenza molto chiara: dato che la crescita in grazia ed il grado di santità conseguente ottenuto fino al momento di abbandonare la vita in questa terra è differente per ogni persona, la "luce di gloria" avrà pertanto anche un grado differente nei beati. E questa differenza, a sua volta, produrrà che il grado di felicità o grado di gloria nei beati, derivato della visione beatifica, sia differente.

In sintesi, ogni beato possiederà un grado di "luce di gloria" differente, conseguenza del grado di grazia santificante raggiunto concludendo la sua vita terrena, per cui la sua visione intuitiva di Dio o visione beatifica sarà più o meno profonda, della quale risulterà un grado maggiore o minore di felicità.

Tutti i beati saranno sazi secondo il suo grado di felicità, ma alcuni godranno più profondamente di Dio che altri. Non prestare la dovuta attenzione a questa dottrina porta a che la gran maggioranza dei cattolici credano che ci sono solamente due opzioni: arrivare al cielo o andare all'inferno.

Come risultato di questa dottrina a molti fedeli le appare una specie di "ingiustizia" di Dio, quando, per esempio, si pensa che un assassino può arrivare al cielo se prima di morire si pente sinceramente del suo crimine e riceve il sacramento della riconciliazione, così come arriverà una persona buona che si sacrificò tutta la sua vita per il bene altrui.

Ma il dettaglio è che manca prendere in considerazione il grado di gloria che raggiungeranno uno ed un altro nel cielo, quello che darà loro per tutta l'eternità una gran differenza nel grado di felicità che godranno. Santa Teresa di Gesù diceva che ella sarebbe disposta a sottomettersi durante il resto della sua vita a tutte le sofferenze possibili in questo mondo, se quello gli assicurava un po' più di gloria per vivere nell'eternità.

Esposto così in dettaglio questo aspetto fondamentale sul grado di felicità di coloro che si salvano, mettiamo la nostra attenzione in tentare di immaginarci come sarà la vita dei beati nell'eternità, una volta raggiunta la fine del mondo, cioè, quando si sarà completato il numero di figli adottivi che Dio manterrà con sé eternamente nel cielo.

Ci imposteremo due ipotesi differenti, secondo in che circonstanze si produrrà questa fine della storia dell'umanità, col denominato Giudizio Finale:

a) Il Giudizio Finale e la fine del mondo si produrranno con la Parusia di Gesù (dottrina cattolica tradizionale)..

Supponiamo meramente come un'ipotesi di lavoro che la Parusia del Signore si produca in questo Secolo XXI, come esponiamo nel Capitolo 3.B. Avremmo una popolazione mondiale stimata più o meno di 9.000 milioni di persone.

Possiamo stimare anche il totale di persone che hanno vissuto fino ad ora nell'umanità, prendendo le tavole di popolazione esistenti, ed assumendo una longitudine media della vita delle persone, che per semplificare i calcoli la prendo in 50 anni.

In questo modo sorgerebbero i seguenti dati che non pretendono avere la massima esattezza, ma servono per apprezzare gli ordini di grandezza relativi:

Dall'inizio della storia biblica fino alla prima Venuta di Cristo: 1.200 milioni
Dall'anno 1 dopo Cristo fino all'anno1.000: 2.500 milioni
Dall'anno 1.000 dopo Cristo fino all'anno 1750: 3.800 milioni
Dall'anno 1.751 fino all'anno 2.000: 9.500 milioni

Totale di popolazione: 17.000 milioni

Possiamo domandarci ora: di questa massa di persone che vissero e morirono nella terra, quanti sono stati grandi santi, e quanti sono cioè quelli che raggiungeranno la salvazione eterna, cioè che andranno al cielo?

Ricorriamo all'informazione che diede il Cardinale José Saravia Martins, Prefetto della Congregazione per le Cause dei Santi, alla fine del pontificato di Giovanni Paolo II (vedere: iglesia.org/articulos/canoniza_hoy):

La quantità di santi e beati canonizzati ascendeva a 764 e 2.082 rispettivamente, facendo un totale di 2.846 persone. Considerando secondo la tavola di popolazione vista che dall'esistenza del cristianesimo fino all'anno 2.000 hanno vissuto attorno di 15.800 milioni di persone, ci darebbe che ci sono stati approssimativamente un santo o beato riconosciuto per la Chiesa ogni cinque milioni di persone.

Il Cardinale Saravia Martins fa una riflessione:

"Se il numero dei cristiani che hanno vissuto santamente si riducesse a quelli che sono stati canonizzati o proclamati beati, ci vedremmo obbligati a riconoscere il fallimento totale della Chiesa nel compimento della sua missione. Per fortuna non è così, dato che in nessuna epoca hanno mancato i santi che costituiscono una moltitudine innumerabile, la cui commemorazione celebriamo nella solennità di tutti i santi.”

Si prospetta qui la definizione di quello che crediamo è un santo. Riassumiamo quello che sviluppiamo in "La vita cristiana piena, La santità nella terra."

Si può definire in generale alla santità cristiana come una partecipazione nella santità di Dio, che è per eccellenza il "santo", il tre volte santo. Da quando una persona partecipa alla vita divina per l'accoglienza della grazia santificante nel battesimo, è santa, e lo sarà fino a che non perda questa grazia a causa di peccato mortale.

Ma succede che in generale si riserva il termine "santità", nell'uso corrente, per riferirsi ai gradi eminenti, più profondi della santità nell'uomo, poiché la santità è una nozione dinamica, giacché come è una vita nuova, soprannaturale, ricevuta come dono di Dio, ha un'evoluzione ed una crescita nel tempo, e, ovviamente, può essere anche persa.

Se stiamo parlando di santi o beati riconosciuti per la Chiesa ci stiamo riferendo evidentemente a quelli cristiani che risaltarono per lo sviluppo della sua santità e furono notati, poiché è molto difficile nascondere la santità, essa brilla in una maniera tale che inevitabilmente attrae le persone.

Possiamo ammettere qualunque ipotesi rispetto all'esistenza ignorata di altri grandi santi, per esempio che duplichi il numero dei riconosciuti, ed ancora ci troveremo in una proporzione molto bassa, di approssimativamente un gran santo per ogni due milioni e mezzo di persone che vissero nella terra dal principio del cristianesimo.

Ma se ci riferiamo come santi a tutti quelli che hanno raggiunto la salvazione, tanto i battezzati sacramentalmente che hanno fatto parte della Chiesa degli Apostoli, come quelli che lo fecero per la volontà salvífica universale dal Padre (cf. Lumen Gentium N° 2, N° 15 e N°16), benché abbiano avuto la necessaria purificazione previa prima di arrivare al cielo, passando per il Purgatorio, dobbiamo pensare che sono una gran proporzione degli approssimativamente 17.000 milioni di persone che hanno vissuto nella terra, soprattutto fidandosi della gran misericordia di Dio, oltre a considerare la sua giustizia infinita.

Ci troviamo così con un panorama molto speciale se guardiamo la "composizione" dei santi del cielo e dei quali, ancora nella tappa del Purgatorio, arriveranno anche lì: ci sarà una proporzione minima di santi con una gloria elevata, cioè, secondo lo spieghiamo prima, con un grado di "luce di gloria" tale che permette loro un alto grado di felicità nella sua visione beatifica, ed una travolgente maggioranza di santi con un grado di gloria molto piccolo che, ovviamente, saranno completamente sazi nella sua capacità di felicità, benché la stessa abbia un grado minimo.

Possiamo incoraggiarci ora a fare una domanda che è tremendamente difficile, perché implica in qualche modo penetrare nei sentimenti di Dio, benché sìa certo che Dio ha voluto e vuole che gli uomini conoscano i suoi sentimenti verso essi: Si realizzerà di questa maniera il proposito di Dio creando l'uomo, per condividere eternamente la sua vita divina con le sue creature? O detto altrimenti: Sarà felice Dio condividendo la profondità della sua essenza divina con tanti pochi santi, mentre il resto potrà comprendere molto poco?

Ed ancora questo panorama si aggrava in una maniera tremenda se applichiamo l'ipotesi prima che stiamo sviluppando in questo punto: se si produrrebbe la Parusía in questo secolo e terminasse il mondo col Giudizio Finale, ci sarebbero minimamente altri 9.000 milioni di persone che avrebbero la possibilità di integrarsi ai salvati nel cielo.

Quanti di questa moltitudine sono oggi eminenti santi, e quanti quelli che comunque raggiungeranno almeno la salvazione? In un mondo materialista, dove l'ateismo pratico raggiunge proporzioni mai viste prima nell'umanità, non ci sono molte speranze che questo numero sia maggiore a quello che si ha avuto fino ad ora, e mi arrischiarei a dire che sicuramente sarà molto minore.

Pertanto ci rendiamo conto che, prendendo solamente il concetto che una persona si salva o condanna, senza ponderare il tema del grado di gloria che si terrà nel cielo, stiamo occultando con le dottrine che presuppongono la fine del mondo al momento della Parusía, una situazione nell'eternità, nella Chiesa celestiale, di una povertà di grandi santi che chiama veramente l’attenzione.

Si è confrontata sovente la presenza dei grandi santi nel cielo con la similitudine di un giardino bello e grande, che sarebbe la Chiesa celestiale, dove quegli eminenti uomini e donne di Dio sono incantevoli fiori che abbelliscono i prati eterni.

Ma, col panorama visto, il cielo si vedrebbe come un'enorme e monotona prateria di erba, con alcuno che un altro fiore disperso qua e là, che non avrebbe molto simile col bel e colorito giardino che possiamo immaginarci.

Questo paragone non è magari il migliore, ci sarebbero forse molti altri, ma credo che c'aiuti a prendere coscienza che in questa ipotesi ci sia qualcosa che non va bene, che forse non sia quello che Dio ha pensato per condividere durante tutta l'eternità con le sue creature.

Vediamo che c'apporta la tesi sostentata in questo libro circa l'esistenza di un Regno di Dio terreno dopo la Parusia, con un tempo storico molto lungo.

b) L’apporto del Regno di Dio terreno.

Esposta l'esistenza di una Chiesa rinnovata, la Gerusalemme terrena, che instaurerà il Regno di Dio nella terra, esteso a tutte le nazioni superstite del mondo, seguono conclusioni molto interessanti.

Vedemmo già come, avendo esaminato la situazione che si darà nel Regno di Dio terreno, che sarà il compimento delle petizioni del Padre Nostro "venga il tuo Regno" e sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra”, ci sono vari elementi che c'assicurano che si vivrà un “eone” (era) di gran santità e splendore cristiano:

*Si partirà di un'umanità conformata per il resto che sarà sopravvissuto alla gran tribolazione, che avrà passato per il Giudizio dei Vivi (vedere il Capitolo 5.B), e che comprenderà cristiani che avranno resistito la persecuzione finale dell'Anticristo, che non avranno accettato adorare la sua immagine, ed ad uomini e donne non cristiani, ma conformando persone "di buona volontà", quelli che Lumen Gentium N° 16 definisce come:

“Né la divina Provvidenza nega gli aiuti necessari alla salvezza a coloro che non sono ancora arrivati alla chiara cognizione e riconoscimento di Dio, ma si sforzano, non senza la grazia divina, di condurre una vita retta. Poiché tutto ciò che di buono e di vero si trova in loro è ritenuto dalla Chiesa come una preparazione ad accogliere il Vangelo”

*Ci sarà una Chiesa pura e santa, la Gerusalemme che avrà sceso dal cielo, figura che esprime il ritorno dei santi vivi alla terra come i nuovi apostoli, dopo essere stati rapiti, di esperimentare la Seconda Pentecoste, e di essere uniti come Sposa all’Agnello nelle sue Nozze.

Questi grandi santi avranno la missione di evangelizzare tutta la terra, già preparata per gli avvenimenti che si saranno vissuti, e di guidare al popolo di Dio in un cammino di crescita in santità che non riconoscerà precedenti nell'anteriore storia della Chiesa.

*In questo compito, tanto quelli evangelizzati come gli evangelizzatori, avranno l'aiuto prezioso dei santi risuscitati che abitano alla Gerusalemme celestiale chi, attraverso il mistero della comunione dei santi, potranno offrire in forma più intensa le sue "preghiere e il loro potente aiuto" (Lumen Gentium N°50), quelle che saranno effettive data la gran apertura spirituale che avranno la maggioranza dei cristiani.

*Esisterà inoltre una rinnovata e profonda vita eucaristica, con la comunione e l'adorazione del Santissimo Sacramento, come fonte inesauribile di grazie per i cristiani.

*Ci sarà anche un altro argomento molto importante: non esisterà oramai l'azione tentatrice di Satana, insieme a tutta la sua corte di demoni, perché il nemico dell'uomo sarà "rinchiuso nell’abisso", non avrà il permesso divino per agire tra gli uomini nella terra, avendo perso così la sua condizione di "padrone" del mondo, sconfitto egli ed i suoi seguaci per il Re di Re e Signore di Signori nella sua Parusia.

Rimarrà, nonostante, l'azione interna che spinge verso il peccato all'uomo, conseguenza che nella sua natura caduta a causa del peccato originale risiede la tripla concupiscenza, fonte dei sette peccati capitali.

Tuttavia, la crescita spirituale e l'uso fervoroso dell'aiuto dei sacramenti, farà che i cristiani del Regno terreno di Cristo possano vincere con molta maggiore facilità gli assalti del "uomo vecchio", quello che diminuirà il peccato nel mondo in una forma che oggi non conosciamo e che c'è impossibile da immaginare, col conseguente riflesso nella pace, la giustizia e la carità nelle relazioni umane.

L'unione di tutti questi elementi farà che in questo "Regno Messianico" si produca la nascita di un enorme numero di grandi santi, quelli che, a sua volta, saranno esempi a seguire per il resto degli uomini, come faro che illuminerà le moltitudini, e che spingerà alla santità di molti, in una retroazione che trasformerà questo nuovo eone in una vera "fabbrica" di santi di enorme statura.

Possiamo affermare allora che i "mille anni" di durata di questo Regno terreno che ci dà l'Apocalisse, sarà il lasso di tempo che Dio ha previsto per arrivare a coprire il giardino del Paradiso celestiale coi begli e vari fiori rappresentati per la moltitudine di grandi santi che Egli conosce solo quanti dovranno essere, affinché nell'eternità si realizzi definitivamente il suo proposito di avere numerosi figli adottivi tra le sue creature, per condividere con esse la sua vita divina e procurarli il maggiore grado di felicità senza fine.

3) La conversione degli ebrei e la sua incorporazione alla Chiesa.

Esamineremo ora la seconda ragione di convenienza per l'esistenza del Regno terreno di Cristo o Regno millenniale, che si riferisce anche, in parte, all'effetto che studiamo nel punto anteriore, in quanto al sorgere di grandi santi.

Abbiamo esposto già la nostra posizione in quanto alla conversione degli ebrei in massa, come popolo, a Gesù Cristo, nel capitolo anteriore, stimando che questa conversione si produrrà come conseguenza della Parusia del Signore, e non prima. Svilupperemo ora questo avvenimento con maggiore dettaglio, riferendoci a quello che verrà dopo quella conversione.

Analizziamo già il testo biblico più importante su questo tema, costituito per la rivelazione di San Paolo nella Lettera ai Romani, Capitolo 11, sopra il quale ritorniamo ora. Lì Paolo espone come, il popolo dell'Israele, in una piccola parte accettò Cristo, costituendo la Chiesa primitiva, alla quale si incorporarono le nazioni pagane, e l'altra parte lo respinge, conformando all'Israele infedele che perde i suoi privilegi e la sua elezione.

In questo scritto Paolo si fa varie domande:

Romani 11,1;11-13: “Io domando dunque: Dio avrebbe forse ripudiato il suo popolo? Impossibile! Anch'io infatti sono Israelita, della discendenza di Abramo, della tribù di Beniamino. Ora io domando: Forse inciamparono per cadere per sempre? Certamente no. Ma a causa della loro caduta la salvezza è giunta ai pagani, per suscitare la loro gelosia. Se pertanto la loro caduta è stata ricchezza del mondo e il loro fallimento ricchezza dei pagani, che cosa non sarà la loro partecipazione totale (“pleroma”)! Pertanto,

Pablo stabilisce che la "pienezza" ("pleroma"), degli ebrei sarà una ricchezza per il mondo ancora maggiore che la sua caduta, che aprì a tutti i popoli della terra la possibilità di fare parte del Nuovo Israele. Indubbiamente questa "pienezza" si riferisce alla conversione di tutto l'Israele.

Quindi abbiamo un'altra domanda dell'Apostolo:

Romani 11,15: “Se infatti il loro rifiuto ha segnato la riconciliazione del mondo, quale potrà mai essere la loro riammissione, se non una risurrezione dai morti?”

L'ammissione degli ebrei convertiti nella Chiesa se l'equipaggia qui con una "resurrezione dai morti." L'interpretazione di questa espressione bisogna prenderla in funzione di quello che Paolo sta esponendo, che è la ricchezza della Chiesa che produrrà la conversione di tutto l'Israele.

In questo contesto può interpretarsi che la conversione dell'Israele produrrà una resurrezione spirituale nella Chiesa cristiana, tanto sia come che la sua conversione produca un effetto di emulazione in altri popoli pagani, come per il apporto di saggezza e rinnovazione che porterà pertanto alla Chiesa il tesoro conservato per il popolo ebreo per tanto tempo, le Scritture dell'Antico Testamento, che sapranno interpretare e spiegare alla luce di Cristo magari come non si sia fatto mai prima.

I teologi cattolici, nella sua maggioranza sono d’accordo che la conversione dell'Israele non significherà un nuovo mezzo di salvazione del quale la Chiesa si sarebbe visto privata fino ad allora. Ma sì, invece, sarà una ricchezza che si incorporerà a lei per la sua crescita in santità e la conversione dei popoli pagani nel Regno terreno di Cristo.

Riguardo agli ebrei in sé, possiamo incorporarli anche alle ipotesi che abbiamo svilluppato nel punto anteriore. Se il mondo terminasse appena prodotta la sua conversione, non si perderebbe tutta quella ricchezza che San Paolo sostiene con somma convinzione che il popolo dell'Israele apporterà alla Chiesa nella sua riammissione ad essa?

E, inoltre, quanti grandi santi ebrei staranno in presenza di Dio per tutta l'eternità? Quanti "fiori" del popolo "amato per Dio a causa dei padri" (Romani 11,28), saranno presenti nel giardino celestiale per tutta l'eternità? La risposta in questo caso è chiara: molto pochi, alcuni dell'Antico Testamento ed altri pochi dell'epoca cristiana.

Tuttavia, che differente sarebbe la situazione con all'esistenza di un Regno di Dio terreno! Quanti grandi santi del lignaggio di Abramo sorgerebbero nel decorso di questo Regno milleniale! E, inoltre, come sostenevamo prima, che importante aiuto per la Chiesa nella sua missione di evangelizare le nazioni pagane e governare il Regno di Dio qui nella terra!

Vediamo allora con chiarezza come, attraverso tutto quello sviluppato in questo punto, la conversione del popolo ebreo e la sua incorporazione alla Chiesa presenta un'altra forte ragione di convenienza per l'esistenza del Regno terreno di Cristo, nel lungo lasso di tempo figurato per i "mille anni" che menziona il Libro dell'Apocalisse nel famoso capitolo 20.

Rimangono così esposte queste due ragioni di convenienza molto importanti e la sua armonia con tutti gli argomenti sviluppati anteriormente, che è quello che si denomina "analogia della fede”, quando le ragioni di convenienza si riferiscono all'insieme dei dogmi cattolici, che ovviamente non è questo caso, ma la sua applicazione può essere fatta su qualunque sviluppo dottrinale.

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